Marco Cappato: «La libertà dei diritti umani»
Sempre, nei suoi discorsi, prima o dopo, cita la libertà, quella libertà di cui tanto si parla anche sul nuovo numero di Vanity Fair, in edicola fino al 16 giugno.
Della libertà, Marco Cappato ha fatto la sua bandiera: «C’è una libertà che nessuno ci può togliere: ci si può sentire liberi anche in una prigione. Credo però fermamente che il rispetto delle regole sia uno strumento fondamentale per ampliare la propria libertà ed è qui che entra in gioco il tema della legalità, anche questo per me così importante. Aggiungo poi la laicità, necessaria per una libertà piena: è bene, infatti, che ciascuno abbia una sua responsabilità individuale, che non faccia dipendere il suo comportamento da autorità superiori».
Il tema della libertà compare anche nel sottotitolo del suo libro: Credere, disobbedire, combattere: come liberarci dalle proibizioni per migliorare la nostra vita.
«E per liberarci davvero dalle proibizioni abbiamo bisogno della conoscenza. Molti non sanno nemmeno i diritti che hanno. Chi sa, per esempio, che oggi, rispetto a tre anni fa, possiamo fare il testamento biologico? Chi sa come si fa? Quante sono le donne immigrate che non conoscono i propri diritti in materia di salute, di contraccezione o di aborto? Talvolta le proibizioni non ci sono nemmeno, ma non lo sappiamo. Ed è il pericolo più insidioso: è quello che viene chiamato “analfabetismo funzionale”. È per questo che abbiamo messo a disposizione di tutti Citbot, una piattaforma in cui un sistema di intelligenza artificiale aiuta ad avere informazioni importanti in modo semplice e discorsivo sui propri diritti, dalle unioni civili alla cannabis. Perché se devo fare una ricarica telefonica il meccanismo è semplicissimo, ma se devo fare il testamento biologico devo conoscere codici e prendere appuntamenti? Bisogna avere il diritto di conoscere i propri diritti, in modo immediato».
Citbot è promosso dall’Associazione Luca Coscioni. Che cosa state facendo adesso con questa associazione di cui lei è tesoriere, oltreché promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca e della campagna Eutanasia legale?
«Intanto sto aspettando, insieme a Mina Welby, di essere processato al tribunale di Massa per l’aiuto che abbiamo fornito a Davide Trentini, per averlo aiutato ad andare in Svizzera: lui era malato di sclerosi multipla dal 1993. Ma in Italia oggi non è stata legalizzata l’eutanasia, come lo è in Svizzera o in Olanda: si può aiutare a morire una persona che è tenuta in vita perché attaccata a una macchina, ma se per esempio una persona avesse un tumore gravissimo,ma respirasse in autonomia, nel nostro Paese non potrebbe scegliere l’eutanasia. Questa è la parte che manca e stiamo ancora aspettando che il Parlamento affronti questa discussione, modificando i divieti del codice penale, a partire dalla modifica dell’art. 580, che dice fra l’altro che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Ma ci sono anche altre questioni che ci stanno a cuore e che stiamo portando avanti con l’Associazione: per esempio il tema della modificazione del genoma umano: quando un domani – vicinissimo – si potrà intervenire sul DNA dell’essere umano per eliminare per esempio alcune malattie, chi potrà intervenire? Solo i ricchi? I più colti? Ecco, dobbiamo lavorare ora per arrivare pronti domani, perché in futuro non si pongano problemi di discriminazione, per cui accederebbero a nuovi diritti solo quelli che potranno permetterselo economicamente. Ci sono dei diritti che dovranno essere diritti umani, per tutti, fondamentali. L’Onu dice che tutti devo avere diritto a godere dei risultati del progresso scientifico e della sua applicazione. Di fronte alla prospettiva di miglioramento genetico di precisione, le attuali disuguaglianze potrebbero trasformarsi in qualcosa di ereditario, minando alla base le premesse stesse di uguaglianza almeno del punto di partenza di tutti i cittadini, sulle quali si fonda il diritto umanitario internazionale e le democrazie liberali. Vedremo che cosa succederà quando arriverà il vaccino del coronavirus: è chiaro che l’azienda che troverà il vaccino lo venderà, ma questo significa che ci dovranno essere degli accordi internazionali e istituzionali per cui quella scoperta dovrà andare a beneficio di tutta l’umanità. Ci deve essere una parità di accesso alle potenzialità incredibili e sconvolgenti della rivoluzione tecnologica».
Ha citato il vaccino e il coronavirus. Come vede questo momento di post-pandemia?
«La speranza che ancora abbiamo di potere riprenderci da una crisi così grave è legata a una cooperazione a livello internazionale ed europeo. I grandi problemi del nostro tempo, anche il coronavirus, hanno bisogno di una risposta che non può essere solo nazionale: i nazionalismi, siano il Brasile di Bolsonaro o l’America di Trump, hanno dato una prova pessima. Le grandi questioni come queste hanno bisogno di una risposta che vada al di là dei riferimenti nazionali: solo ampliando l’orizzonte oltre gli Stati nazionali si può pensare a un progresso scientifico. Guardiamo all’Europa: non è detto che questa Unione Europea vada bene così com’è, ma è pensando a un’Europa più unita e democratica, che possiamo pensare a migliorare la qualità del nostro futuro».