Gli studenti in aula nei box di plexiglass. I progettisti: «Meglio che le mascherine...»
Alla base c’è un compromesso, per consentire lezioni “in presenza”, distanziamento e sicurezza, senza costringere bambini ancora piccoli a indossare per ore la mascherina. Anche se l’idea del Bc Studio di Mantova, degli architetti Ilaria Bizzo e Stefano Cornacchini, specializzati in “bioprogettazione”, e sposata dalla ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, al momento divide il mondo della scuola. «Abbiamo diversi tipi di aule - ha detto la titolare dell’istruzione –, non ovunque c’è la possibilità di tenere gli studenti a un metro di distanza. Si potrebbe pensare di compartimentare i banchi attraverso pannelli di plexiglass per garantire la sicurezza con lavori non difficili da realizzare. Potrebbero essere utilizzati i 330 milioni di euro da dare agli enti locali entro fine giugno per l’edilizia scolastica leggera e gli 850 per le scuole secondarie».
Si tratterebbe, in sostanza, di mettere nelle aule dei moduli autoportanti, prefabbricati, flessibili quanto basta per essere totalmente riciclabile in un’ottica green, finalizzati alla didattica in tempi di distanziamento sociale ed alla permanenza simultanea in luoghi chiusi.
«La nostra è un’idea – ci spiega Ilaria Bizzo –, che certo è un compromesso, ma non so se sia peggio di una mascherina tenuta sul volto di un bimbo per cinque ore. In fondo per noi adulti è faticoso indossarla mezz’ora a fare la spesa. Il nostro studio lavora molto con le amministrazioni pubbliche per la realizzazione di scuole, è un mondo che conosciamo. Abbiamo pensato a una soluzione che consenta agli studenti di essere insieme nella stessa classe e di interagire comunque fra loro. Una sorta di didattica alternativa che si ispira ai modelli del Nord Europa, dove il concetto di aula è diverso dal nostro e si punta su laboratori per pochi alunni, a seconda del tema che si vuole affrontare. Lì le scuole sono spazi più aperti: adattando i nostri spazi a questa didattica nuova, attiva ed esperenziale, abbiamo creato questa struttura. Che è anche un’alternativa alla tanto osteggiata didattica a distanza che sappiamo bene quali problemi crei alle famiglie, soprattutto adesso che i genitori sono fortunatamente tornati a lavorare».
Si è parlato di gabbie per bambini.
«È passata questa immagine, anche per le prime grafiche che avevamo realizzato a inizio progetto. I moduli possono essere configurati in vari modi e più ravvicinati. E laddove non ci fosse la possibilità di metterli nelle aule, si pensano già a degli accordi fra dirigenti scolastici e Comuni per allestire spazi inutilizzati a fini didattici. È un’operazione che ha bisogno di più attori, senza dimenticare che sono una soluzione temporanea».
Ma che fine faranno questi box quando, speriamo il prima possibile, non serviranno più?
«Sono riciclabili e adattabili ad altri usi. Li abbiamo progettati così. Possono essere messi all’esterno per fare degli orti didattici sempre per i bambini, oppure possono essere trasformati in biblioteche perché sono strutture modulari assemblabili come dei mobili dell’Ikea, che possono avere molte funzioni. Altre idee che ci erano venute erano di impiegarli per spazi di riuso e riciclo per carta e vetro, sempre in ottica educativa, anche per spazi espositivi. Così anche le risorse impiegate non verrebbero disperse. In fondo il plexiglass è il materiale plastico più sostenibile fra tutti quelli del genere. Ci hanno criticato, ma vorrei che passasse il messaggio della flessibilità delle strutture, della loro temporaneità e della possibilità del riutilizzo in una seconda vita dell’oggetto».