L’ok dei primari all’ospedale nuovo: ecco tutte le loro condizioni
Per la prima volta dopo 54 anni, da quando nel 1966 il consiglio di amministrazione dell’Ospedale aveva deciso di costruire a villa Corridi, sull’area del sanatorio, una nuova struttura che sostituisse gli Spedali Riuniti, pare che siamo davanti a una soluzione che soddisfa tutti.
L’imprimatur dei primari all’ultimo progetto del nuovo ospedale nell’area a cavallo tra l’ex Pirelli e il Parterre rappresenta forse la svolta chiave affinché il progetto vada avanti. «Siamo favorevoli», dicono in coro i membri del direttivo del Collegio dei Primari, organismo che un tempo aveva un riconoscimento istituzionale, mentre oggi non ce l’ha più, ma che rappresenta la voce fondamentale di chi l’ospedale lo conosce meglio di chiunque altro e lo guida tutti i giorni.
Erano stati proprio i primari ad esprimere forti perplessità sul piano precedente, quello che prevedeva il nuovo nosocomio a ridosso dell’attuale, sulle macerie del 9° e dell’11° padiglione, evidenziando l’incompatibilità tra il maxi-cantiere e le attività sanitarie.
«Siamo favorevolissimi a spostare il cantiere fuori dalla cittadella ospedaliera», dice Manrico Bosio, storico direttore della Radioterapia e presidente del Collegio.
«I livornesi lo vogliono in centro», taglia corto Francesco Genovesi, ex primario di Rianimazione e Pronto Soccorso. E Nicola Mazzucca, direttore della Medicina Nucleare, ci mette anche un fiocco: «Dal punto di vista architettonico è molto accattivante, il nuovo ospedale si integrerà nel verde pur restando in pieno centro. È una soluzione che ricorda i vecchi sanatori dove un degente poteva scendere e passeggiare in tranquillità in un ambiente rilassante».
La nuova collocazione – e il progetto di massima contenuto nella bozza di accordo di programma – sono però il punto di partenza.
Su quattro punti i primari adesso puntano l’evidenziatore. 1) Il primo è procedurale: «Bisogna coinvolgere fin da subito i professionisti, la linea medica, chirurgica, dell’emergenza e tutte le componenti, perché solo così riusciremo a riempire nella maniera migliore gli spazi che ci hanno prospettato», dice Giuseppe Meucci, direttore della Neurologia.
2) Il secondo è legato ai posti letto: «507 posti (tra cui ci sono anche 33 dell’ospedale di comunità, ndr) ci porterebbero in linea con la media italiana, rispetto alla quale da tempo siamo abbondantemente sotto, ma sottostimano a nostro avviso le reali esigenze; soprattutto in caso di emergenze bisognerebbe valutare la possibilità di allargarsi», sottolinea Bosio.
3) Poi c’è l’aspetto medico: «Devono essere mantenute tutte le specialistiche, anzi casomai ampliate», aggiunge Paolo Roncucci, direttore della Rianimazione.
4) Infine la questione Covid: quello di Livorno sarà il primo ospedale post coronavirus. E l’esperienza di questi mesi dovrà essere utilizzata per creare un’organizzazione e una struttura in grado di essere pronte ad affrontare emergenze simili, dicono i primari. «Dovrà essere un ospedale estremamente versatile – evidenzia Nicola Mazzucca –. Il cuore chiaramente saranno pronto soccorso, sale operatorie e diagnistica, ma servirà un’area degenze che risponda alle necessità con posti letto adeguati e alle emergenze. In quest’ottica si può pensare di allargare gli spazi per le emergenze ma anche di utilizzare le strutture esistenti».
Si tratta di un punto fondamentale e Bosio ne chiarisce i motivi: «Dobbiamo fare in modo che non riaccada quel che è successo in questi tre mesi, quando alcuni pazienti per non venire in ospedale hanno ritardato le terapie oncologiche, oppure hanno ritardato l’accesso in pronto soccorso con un infarto in corso. Per evitare questo servono percorsi separati e spazi adibiti ad hoc».
Quali? I padiglioni attuali, in particolare quelli più recenti. Dice Paolo Roncucci: «Quando a Pisa ci presentarono il progetto che prevedeva l’abbattimento del nostro padiglione, il 15°, chiesi perché fare un passo simile? È il più nuovo dell’ospedale, aperto nel 2006, rispetta le norme antisismiche. Potrà servire».
«Anche perché si sono viste in questi mesi le difficoltà di fare i lavori in un ospedale del 1931 – aggiunge Francesco Genovesi, riferendosi ad esempio al non semplice allargamento della Rianimazione al 2° padiglione avvenuto in epoca Covid –. Soltanto forare un muro di 80 centimetri per far passare un tubo dell’ossigeno rappresenta un ostacolo enorme».
Insomma, nel progetto – chiedono i primari – bisognerà prevedere l’utilizzo di alcuni padiglioni – magari i più nuovi – da riservare ad eventuali future emergenze tipo Covid, in modo da non pregiudicare il normale funzionamento dell’ospedale tradizionale, quello non contagiato e l’assistenza ai pazienti.