Castro: «Un obbligo morale assumere i lavoratori licenziati da Wanbao»
MEL
“Acc is back! ”, “Acc è tornata”: così i principali produttori europei di refrigerazione domestica hanno salutato il racconto delle iniziative strategiche che il commissario straordinario Maurizio Castro sta mettendo in campo, insieme al management e ai lavoratori, per restituire a Mel, la storica capitale europea del compressore, il suo ruolo di punto di riferimento del mercato per qualità, flessibilità e innovazione.
I competitor sono dei colossi. L’Acc troverà davvero il coraggio di sfidarli?
«Ormai, dopo i terribili errori compiuti dai fondi speculativi prima e dalla gestione cinese poi che ne hanno profondamente corroso l’energia competitiva, Acc non può più sfidare sul piano della dimensione i due colossi che tentano di colonizzare il mercato: la cinese Jiaxipera e la giapponese Nidec. Ma può sfidarli invece offrendo un servizio superiore, perché parla lo stesso linguaggio tecnico dell’aristocrazia del “freddo” e vanta una tradizione di competenza tecnologica e organizzativa irraggiungibile dalla concorrenza».
L’accordo sottoscritto con il sindacato prevede assunzioni e perfino straordinario. Ma fissa un paletto nel dibattito sviluppatosi in questi giorni in provincia: il rimpatrio delle lavorazioni affidate all’estero. L’Acc va in controtendenza con la vicina Ideal Standard?
«Non commento la strategia di altri gruppi. Sono ovviamente soddisfatto dell’accordo appena firmato con le organizzazioni e con le rappresentanze sindacali che prende atto del nuovo corso: maggiori volumi allocati a Mel per la ritrovata fiducia dei clienti nel suo futuro; inversione della politica di delocalizzazione delle forniture di componenti con il ritorno in Italia di lavorazioni cruciali; riconversione del portafoglio su un nuovo compressore a velocità variabile che si annuncia come il più performante dell’intero mercato. E il nuovo corso richiede un rafforzamento della capacità produttiva attraverso il lavoro straordinario e quello degli stessi organici perché ha carattere stabile, strutturale».
Quindi lei conferma che le produzioni rientreranno tutte a Mel.
«Questo è il nostro impegno per consolidare la capacità produttiva della fabbrica».
Le 18 assunzioni sono ovviamente necessarie, però anche simboliche. Che cosa premiano?
«Abbiamo voluto che le assunzioni si alimentassero nel bacino dei lavoratori di Mel licenziati dai cinesi di Wanbao nel 2018: nessun obbligo giuridico ci ha condotto a questa scelta, ma uno scandito obbligo morale».
Perché parla di obbligo morale?
«Mel in lunghi anni drammatici è sopravvissuta orgogliosamente perché si è eretta a comunità, basata su valori forti e limpidi: competenza, lavoro, solidarietà, trasparenza, integrazione col territorio di cui costituisce un patrimonio culturale prezioso. Mel ha saputo piegare la concorrenza di avversari temibili, quando tutti la davano per morta, proprio in virtù della sua “identità antropologica”, prima ancora che economica e organizzativa. Mel, insomma, è diventata il simbolo di una fabbrica del Novecento che non si chiude nella nostalgia, ma sa rinnovarsi nell’esercizio corale della responsabilità e della partecipazione».
Qual è la chiave di volta della rigenerazione?
«Venite il 10 giugno, nel municipio di Borgo Valbelluna, e lo capirete. Si darà appuntamento tutta la società politica e civile che è stata in questi mesi protagonista della battaglia per impedire la chiusura di Mel inizialmente voluta dalla proprietà cinese, e cito solo il ministro Federico D’Incà, l’assessore regionale Elena Donazzan e il sindaco Stefano Cesa per ricordare in realtà un intero “partito bellunese” compatto e determinato come in nessun altro luogo italiano sarebbe stato possibile».
Il 10 giugno nascerà il primo embrione di cogestione alla tedesca, pardon alla bellunese?
«Piano, piano. Firmeremo con le istituzioni e con i sindacati un nuovo patto di collaborazione: sarà rassodato il “consiglio di sorveglianza” introdotto nel 2013 per consentire alle istituzioni locali di essere in presa diretta con il processo di risanamento e di rilancio del sito di Mel, ma sarà soprattutto, per la prima volta in Italia, introdotto un “comitato di gestione” per valorizzare il concorso dei lavoratori e delle loro rappresentanze al governo dell’azienda nel momento più impegnativo della storia».
In questo comitato di gestione possiamo leggere qualcosa di nuovo e al tempo stesso di antico. Ciò che ha fatto la fortuna dell’economia della Germania (ma non solo).
«Il “comitato di gestione” riprende la suggestione culturale di un’esperienza, breve ma intensa, dei primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, di cui si ha una ricca eco nell’articolo 46 della Costituzione che evoca la partecipazione dei lavoratori ai destini dell’impresa. Ecco: da un lato, ci piace ricorrere a uno strumento di governo che allude al tema della “ricostruzione” materiale e della “rinascenza” spirituale dopo il disastro bellico, perché in fondo questo è il senso della sfida che si sta giocando a Mel; dall’altro, ci piace rileggere in quello stesso strumento la convergenza di tutte le grandi culture politiche del “secolo breve”, altrimenti confliggenti, proiettando l’esperienza della partecipazione in un futuro in cui audacia e concordia si declinano insieme». —