Infermieri ferraresi tra orgoglio e rivolta: «Dopo mesi da eroi tutti dimenticati»
FERRARA. Sotto le mascherine che indossano per lunghe ore nei reparti spunta tanta rabbia. «In questi mesi abbiamo onorato il nostro compito, sopportando il peso della paura, anche quella di portare la malattia in famiglia. E qualcuno tra noi è morto. Abbiamo lavorato sempre in silenzio, ma ora basta».
Una quarantina di infermieri aderenti alla sigla Nursing Up è davanti alla prefettura. T-shirt bianche, ai piedi i sacchetti dell’immondizia come all’inizio dell’emergenza coronavirus. Il dramma che hanno vissuto “in diretta”. Soffrendo della sofferenza dei pazienti.
«Per i dirigenti siamo pedine»
«Ci hanno definito eroi – dice al megafono Francesca Batani – ma siamo solo degli operatori della sanità il cui servizio si è rivelato indispensabile: I medici curano e gli infermieri si prendono cura. Ci siamo sobbarcati turni massacranti, mossi come pedine dalle mani delle dirigenze sanitarie».
Al collo hanno cartelli di protesta: “Persone, non numeri di matricola”, “Mai più come prima”, “Usurati e non riconosciuti”. Ecco la parola chiave della manifestazione: riconoscimento, quello che manca. Da parte della politica (piovono critiche a Governo e Regione) e dai vertici delle aziende sanitarie. «Chiediamo una svolta nella contrattazione – spiega Giovanni Pregnolato – in termini normativi ed economici, con rivisitazione delle indennità. Vogliamo essere trattati come professionisti, non solo in tribunale quando siamo chiamati a rispondere delle nostre responsabilità, ma anche quando eroghiamo prestazioni».
Buste paga e assunzioni
Altro concetto: basta mance e una tantum, servono più soldi in busta paga. E quando ricorre la parola “assunzioni”, l’applauso è massiccio. «In Italia mancano 53mila infermieri – sostiene la Batani –. Il rapporto ideale, nei reparti di Medicina e Chirurgia, è di 1 infermiere ogni 6 pazienti. Studi scientifici dimostrano che il tasso di mortalità si abbassa drasticamente, mentre a ogni paziente in più aumenta del 7%. Oggi siamo a 12-13 a 1, quando va grassa. La norma è 22 a 1».
C’è anche il fronte corsi di aggiornamento, «dovremmo essere trattati come i medici: quei periodi siano contati nelle ore settimanali normali, come programmi dentro le aziende, senza sottrarre tempo alle vite private».
Le testimonianze
E poi ci sono le storie segnate dalla pandemia. «Ho lavorato in un reparto Covid a Cona – racconta Alice Ganzaroli, infermiera di professione da 28 anni –, all’inizio in un paio di giorni lo abbiamo dovuto trasformare da cima a fondo. È stato un periodo eccezionale, io non ho potuto fruire della legge 104 per stare accanto a mio figlio invalido. E ci hanno tolto l’indennità di malattia infettiva».
Nel reparto di Pediatria del Sant’Anna c’è Francesca Berretta: «Abbiamo fatto dei tamponi ai bambini. Le assicuro che non è facile, loro non sono così collaborativi. Per fortuna non abbiamo avuto casi di positività, ma negli occhi dei genitori c’era tanta paura e per avere gli esiti servivano oltre 24 ore».
Genitore è anche Francesco Petrolati, siciliano trapiantato a Ferrara, infermiere a Medicina, Cona: «Un primo mese terribile, mancavano i dispositivi di protezione, nessun coordinamento efficace. Il rischio di prendere delle infezioni fa parte del nostro mestiere, ma stavolta si è andato oltre gli standard. E non è stato semplice comunicare tutto ciò ai miei due bambini, specie a quella più piccola, e farle capire che non era un gioco». —
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