L'uomo che volle farsi premier (due volte) e leader
Lo danno per spacciato, o almeno traballante, un giorno sì e l'altro pure. Ma lui, Giuseppe Conte, l'avvocato del popolo che si fece premier due volte saltando da un'alleanza al suo opposto, non solo resiste, ma rilancia. O almeno ci prova. Nella speranza di farsi leader.
Ha affrontato in prima persona la tempesta Covid e, al netto di errori e ritardi inevitabili dinanzi a un ciclone sconosciuto, è riuscito a contenere i danni. E di questo molti gli danno atto. Ha contribuito, giocando di sponda con Roberto Gualtieri e Paolo Gentiloni, a smuovere la Commissione Ue perché mettesse mano alla cassa in misura maggiore per l'Italia, e non solo sotto forma di prestiti. Ma ora comincia per Conte la parte più difficile: sostituire le parole con i fatti e approfittare della pioggia di miliardi per dare ossigeno ai più bisognosi, aiutare le imprese stremate e avviare semplificazioni e disincrostazioni (le riforme) di cui c'è bisogno.
La strada scelta è da una parte la convocazione degli "Stati generali dell'economia" con inviti reboanti, compreso quello a Mario Draghi (che fa della riservatezza la sua cifra); e dall'altra, facendo eco a Mattarella, l'appello a coinvolgere l'opposizione nella destinazione dei fondi in arrivo che costituiscono, ha detto, «non un tesoretto del governo, ma una risorsa per gli anni a venire». Ma gli ostacoli non mancano. Innanzitutto, Conte deve vincere alcuni sospetti. Il primo accompagna immancabilmente la nascita di comitati e gruppi di saggi, che spesso fanno la fine della task force di Colao, presentato solo un mese fa come il deus ex machina, e poi liquidato con una pacca sulla spalla; l'altro è che tutto questo agitarsi tra esperti e appelli all'unità serva solo a limitare l'assalto al governo. Lo pensa Salvini, mentre Meloni fa qualche distinguo e Berlusconi è pronto invece a dare una mano. Se dunque l'opposizione si divide sul trattamento da riservare al premier, nella maggioranza non tutto fila liscio. Per non finire di nuovo nella palude e imporsi come il leader che ha rimesso in moto l'economia, Conte deve fare presto, indicare i settori prioritari dove investire e soprattutto trovare il modo per far arrivare i soldi subito. Ma la strada da percorrere è piena di trappole disseminate proprio da chi lo ha voluto premier: i 5Stelle.
Qualche esempio? Il prestito a Fca; quello ad Autostrade, sui cui grava la minaccia di revoca della concessione; il destino dell'Ilva; i cantieri per le grandi opere, a cominciare dal Ponte sullo Stretto - toh, chi si rivede - e dall'alta velocità, sogni di una Confindustria assai bellicosa, ma incubi dei 5S; e infine il Mes, 37 miliardi senza condizioni, a tasso quasi zero e subito (a differenza dei 172 del Recovery Fund) che il Movimento osteggia assai, specie dopo che la Bce ha annunciato un rafforzamento nell'acquisto dei titoli dei debiti pubblici. Come si vede, la strada di Conte per farsi leader è lunga e perigliosa. Solo che stavolta in gioco non c'è solo il destino suo, ma del Paese.
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