Serramazzoni Estorsione da un milione, in tre a processo
SERRAMAZZONI. È tornata in tribunale l’inchiesta dei carabinieri di Pavullo sull’estorsione da un milione di euro tentata ai danni di un imprenditore. La vicenda aveva già portato alle condanne dei principali organizzatori: la pena più grave, 3 anni, è stata inflitta a Salvatore Lionetti, 2 anni e 10 mesi a Salvatore Natale (entrambi con rito abbreviato), mentre il mandante ha patteggiato 1 anno e 2 mesi, con pena sospesa. Ora sono imputati per estorsione Enrico Di Palo, rappresentato dall’avvocato Simone Agnoletto, Salvatore Musella (Michele Corradi) e Donatello Romano (Giovanni Casara), ossia coloro che hanno avuto un ruolo soprattutto nell’incendio dell’auto dell’imprenditore e di tutta l’organizzazione. A loro carico ci sono solo prove indiziarie visto che le telecamere non hanno potuto riprendere la scena del rogo doloso, ma le conversazioni telefoniche offrono uno spaccato del loro coinvolgimento.
È in particolare Di Palo a ricevere chiamate dal mandante e a tenere i rapporti con Lionetti mentre Romano viene soprannominato più volte lo “scemo” del gruppo.
Ma di fronte al collegio presieduto dalla dottoressa Gilda Del Borello (a latere Carolina Clò e Chiara Mutti)l’altro giorno hanno testimoniato sia i carabinieri del Nucleo Investigativo di Pavullo, che fecero le indagini e soprattutto l’imprenditore e un suo familiare che hanno ricostruito quel periodo terribile. La vittima, senza esitazioni, se non un attimo di umana commozione quando ha rievocato la preoccupazione per i nipotini, ha raccontato l’evolversi della vicenda. «Un uomo, a Pavullo, mi bussò al vetro dell’auto e mi disse che dovevo dare un milione di euro a quello che poi è risultato essere il mandante dell’estorsione. Mi ha anche suggerito di valutare quella richiesta come una proposta o un avvertimento. Sono andato subito a denunciare dai carabinieri. Che sono poi subito intervenuti quando mi hanno incendiato l’auto nel parcheggio di casa».
Ma fino al momento degli arresti l’imprenditore non aveva avuto sospetti sul parente che ambiva a conquistarsi un vitalizio. «Aveva chiesto soldi ai miei famigliari – ammette il testimone – nonostante avesse un lavoro e lo avessimo già aiutato in passato per un fallimento». La scoperta del progetto si materializza con l’intervento dei carabinieri di Pavullo: «Solo in quel momento lo abbiamo spiegato ai bambini, mostrando loro i giornali e spiegando cosa era accaduto. Non è stato facile ma da quel momento quell’uomo è uscito dalle nostre vite». —