Addio al medico jazzista: per mesi ha combattuto il Covid in corsia. Il ricordo dei colleghi
MASSA. Cerca la sintesi il dottore Luigi Di Palma, cerca la parola che includa tutte le altre. E la trova: “migliore”. Perché «Marco Morale indubbiamente lo era. Scientificamente il migliore di tutti, il più brillante in Medicina. Lo caratterizzava l’enorme quantità di conoscenze che riusciva a procurarsi su un caso clinico». Il dottor Morale non ha mai smesso di studiare, di aggiornarsi, mai di incuriosirsi. La clinica era la sua grande passione, accanto alla musica, al sassofono, alle note calde del jazz. Poi a scompaginare quella vita piena di passioni, di impegno, di devozione alla medicina è arrivato il Covid. Lui che lo ha visto negli occhi dei pazienti, lo ha conosciuto in prima persona in un testa a testa durato mesi: a metà dicembre, prima di Natale, la debolezza, la febbre, quindi il peggioramento, il ricovero all’ospedale di Pisa, il mese in rianimazione. Poi l’addio, nella notte tra venerdì e sabato: Marco Morale se n’è andato a 57 anni. Lascia la moglie, medico al pronto soccorso di Pisa, gli amici, i colleghi. I sui pazienti, il sassofono.
Spezzino di nascita, trapiantato a Pisa, sassofonista diplomato al conservatorio, una specializzazione in pneumologia ed una in medicina clinica, da oltre 20 anni lavorava nel reparto di Medicina a Massa, prima al vecchio ospedale cittadino, poi al Noa. E lì, all’ospedale delle Apuane, il Covid lo ha combattuto: i turni accanto ai malati, l’aggiornamento continuo, lo studio di quel virus nuovo e violento. Fino alla malattia.
È il quarto medico che il Covid si porta via in terra apuana, il quarto che paga con la vita l’impegno per sconfiggerlo quel virus maledetto. Se n’è andato Cesare Landucci, radiologo, se n’è andato Nazareno Cataleno, medico di famiglia, il dottor Raffaele Brancadoro, internista. E adesso Marco Morale, dopo mesi in prima linea, in ospedale, accanto ai pazienti nella provincia che, durante la prima ondata, è stata la Bergamo toscana.
Franca Leonardi, ex primaria di emergenza urgenza, si ricorda di «quel giovane medico arrivato dall’ospedale di Piombino, capace di unire una grande professionalità ad un’umanità che non faceva mai mancare nel contatto con il paziente. Poco dopo la sua assunzione – ricorda Franca Leonardi – entrò a far parte di quella che allora definivamo area critica. Letti destinati a pazienti con problemi respiratori che, pur non avendo un quadro tale da richiedere la rianimazione, necessitavano di ausili alla respirazione. Il dottore Morale, da pneumologo, aveva il profilo giusto. Ho lavorato a fianco a lui nel progetto e ne ho apprezzato la grandissima umanità e l’incredibile professionalità. L’ho stimato immediatamente, sapeva valorizzare la professione medica».
Una grande professionalità, una conoscenza enorme e una carica umana. Quelle caratteristiche che facevano di lui un bravo medico, ma anche un eccellente musicista: «Era diplomato in sassofono al conservatorio di La Spezia – ricorda il collega Di Palma– e suonava in una band. Univa una tecnica altissima ad una passione esagerata, con la band ha partecipato a diversi eventi, amava profondamente il jazz di cui era un grande conoscitore». Una vita piena e la capacità di riempire quella degli altri, fino a quel giorno di dicembre quando arrivano i malesseri, fino alla febbre che sale e al ricovero nell’ospedale della città in cui viveva con la moglie, Pisa. Ieri mattina la notizia della sua morte: questa terra paga ancora un tributo altissimo al virus. Perde un altro suo medico nella giornata nazionale degli operatori sanitari, nel giorno in cui in Sala della Resistenza i nuovi medici prestano giuramento: il presidente dell’ordine Carlo Manfredi chiede un minuto di silenzio. Per i dottori che non ci sono più. Per Marco Morale, il medico che amava il jazz. —
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