Juna Goti
Chiedete pure a chi volete e a Livorno vi risponderanno così: «A suor Raffaella non si può dire no». Nei mesi lunghi della pandemia questa donna con gli occhi che parlano dietro alla mascherina è riuscita a mettere sull’attenti volontari neoconvertiti alla carità, imprenditori e anche qualche volto amico di serie A. Come quando ha alzato la cornetta e ha chiamato il calciatore Giorgio Chiellini e l’allenatore Massimiliano Allegri: «Guardate che qui c’è bisogno di fare...». Sì, fare. È una che fa suor Raffaella Spiezio: poche chiacchiere, tanti fatti. Lungo la costa la conoscono soprattutto come suor Caritas, che dirige da dieci anni. Così se per molto tempo è stata la suora degli ultimi, da un anno a questa parte è diventata anche la suora dei nuovi ultimi: perché nell’Italia affacciata ai balconi della pandemia, quello che ha visto dal terrazzo della Caritas è stato un virus della povertà capace di mutare in fretta tanto quanto il virus reale. Toccando un mondo che non si sarebbe mai neppure immaginato di bussare alle porte di chi smista pacchi alimentari e aiuti per pagare le bollette.
Suor Raffaella la dice così: «Il 2020 è stato l’anno che ci ha portato a ripensarci in tutti sensi».
Ripensarci?
«Sì, abbiamo cercato di capire come fare per stare vicino alle persone nonostante i provvedimenti che impongono la distanza. Essere vicini nella distanza, questa è stata la difficoltà e insieme la sfida».
E come avete fatto?
«L’alluvione che ha colpito Livorno nel 2017 ci ha in qualche modo aiutato a organizzarci meglio nell’emergenza. Anche questa volta abbiamo dovuto mettere in atto la creatività e la voglia di esserci, nonostante tutto». Un attimo di pausa: «A volte, nei mesi di lockdown, vedevo le persone che cantavano dai balconi. Dopo un po’ questo cantare dai terrazzi è diventato un affacciarsi su problemi che andavano oltre la solitudine sociale. Ecco, cerchiamo di vedere la pandemia anche come un punto di partenza: la solitudine ci ha portato a dirci che è necessario fare qualcosa per sentirci comunità, per aiutarci l’un con l’altro. Noi abbiamo avuto una risposta incredibile dal territorio: all’inizio della pandemia ci siamo trovati soli perché tutti si tiravano indietro per paura, anche noi eravamo spiazzati. Poi la solitudine ha portato alla ricerca dell’essere comunità e la paura della malattia ad essere più responsabili verso gli altri. Sono aumentati i giovani volontari: sa, non andavano all’università, non andavano al lavoro, si era bloccato tutto».
Ecco, il lavoro. Il rapporto 2020 su povertà ed esclusione sociale racconta che quasi una persona su due tra quelle che si sono rivolte alla Caritas quest’anno lo ha fatto per la prima volta. È stato così anche sulla costa?
«Si. Ho tante testimonianze di persone che si sono rivolte alla Caritas quando prima erano coloro che portavano qualcosa in dono. La frase che ho sentito dire più volte è stata: “Non credevo di dovere avere bisogno anch’io di voi”. Mi è rimasto impresso un padre di famiglia che in una delle nostre chat ha scritto: “Amici miei, oggi per la prima volta nella mia vita ho ricevuto il pacco Caritas”. È accaduto a molti: lui che magari si trova in cassa integrazione, lei che faceva lavori saltuari ed è rimasta a casa».
Quindi chi sono i nuovi poveri?
«In base alla nostra esperienza, le persone che hanno sofferto di più quest’anno sono stati liberi professionisti, persone che lavoravano nella ristorazione, nel mondo dello sport, penso ad esempio alle piscine chiuse. Ma anche persone che lavoravano nel mondo dello spettacolo: ho conosciuto artisti, musicisti e attori che si sono ritrovati a non avere più niente. Alcuni ci hanno contattato non tanto per chiedere ma per condividere la propria situazione».
E come si sono avvicinati? Spesso ci si immagina che per avere bisogno della Caritas debba accadere chissà cosa nella vita. Della serie: non capiterà mai a me.
«È vero, spesso c’è l’idea che la Caritas sia l’ultima spiaggia e questo mi dispiace. La Caritas prima di tutto cerca di accogliere e accompagnare le persone nel loro percorso di vita, qualunque esso sia. Mi è capitato che famiglie di quarantenni con figli alle medie si siano rivolte a noi per problemi che non hanno solo a che fare con il cibo. Perché la risposta alimentare anche in questa situazione c’è stata da parte di tutto il territorio, dalle tante associazioni ai Comuni. Ma altri tipi di povertà sono cresciuti, quelli legati alle spese quotidiane: ci hanno chiesto aiuto per pagare le bollette, i libri, per avere una rete wifi solida per far studiare i figli, c’è stato anche chi è venuto a chiedere i soldi per rinnovare i documenti. Livorno già portava con sé delle fragilità e questa situazione ha messo ancora di più in difficoltà il territorio».
E come avete risposto?
«Intanto cercando di ascoltare e aiutare tutti. Abbiamo attivato la linea telefonica “pronto ti ascolto” perché ci siamo resi conto che schermati dalla cornetta ci chiamavano anche coloro che avrebbero fatto fatica a presentarsi di persona. Ci chiedevano aiuto, ci raccontavano la loro situazione, qualcuno chiamava semplicemente per parlare, altri per avere informazioni. È stato un servizio ininterrotto, da mattina a sera: 1.216 telefonate tra marzo e maggio, più di 1.500 in autunno, con il ritorno dell’emergenza sanitaria. Poi abbiamo intensificato alcune attività fondamentali, come la consegna dei pacchi alimentari: a Livorno siamo arrivati a 50-60 al giorno, in aiuto alle parrocchie».
C’è un episodio che l’ha colpita?
«In generale il fatto che la pandemia è andata davvero a toccare tutte le nostre fragilità e non solo quelle dei più poveri. Dal palcoscenico della Caritas si vedono i più poveri, ma tutta la società è stata toccata. Un giorno è venuto nel mio ufficio un imprenditore molto conosciuto a Livorno: il geometra della sua ditta era appena morto di covid, lui piangeva. Mi ha detto: “Raffaella fatemi sapere di cosa avete bisogno”».
E di cosa c’era e c’è bisogno?
«La prima cosa che serve è il lavoro. Chi lavora ha una rete di protezione in termini sociali, psicologici, relazionali, anche chi ha poco riesce a mantenere la propria dignità. Io non sono assolutamente contraria al reddito di cittadinanza, ma investirei di più nell’occupazione, nell’agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro. Se non cambia qualcosa nella nostra Italia su questo fronte…».
Chi ha lavorato con lei la descrive come una manager mancata: se fosse nella squadra di Draghi, o in quella del presidente della Regione Giani, cosa consiglierebbe?
«Di ripensare un welfare che sia basato sulla famiglia e sull’occupazione».
Guardiamo a due scadenze sul calendario di molti: la fine del blocco dei licenziamenti e degli sfratti.
«La situazione è preoccupante. Ma ancora una volta voglio guardare anche l’altro lato della medaglia: credo che sia importante arrivare a una economia nuova dando concretezza a quel senso di solidarietà che si è intravisto nel corso della pandemia. A Livorno, ad esempio, ho trovato davvero una comunità che sa sostenersi, ma ha bisogno di regie e di far circolare i beni che vengono donati».
Si racconta che si sia attaccata al telefono nei mesi più difficili e abbia chiamato pure in Serie A.
«Sì, ho chiamato il manager di Allegri, ho chiamato Chiellini e tanti imprenditori che erano già stati in prima linea con noi. In molti avevano già donato per il mondo sanitario ma ho chiesto di dare una mano anche sul fronte sociale. E lo hanno fatto. Vede, durante la pandemia molte risorse sono state orientate al mondo sanitario, eravamo tutti così presi dall’emergenza che in pochi hanno pensato all’orizzonte sociale, che invece ha sentito il colpo subito. Io di solito chiedo poco: in questi anni Caritas ha dimostrato di esserci con qualità di servizio e trasparenza e questo ha portato sempre tanti a donare. Ma durante la pandemia mi sono attaccata al telefono e mi sono messa a chiamare. Per mesi ho continuato a chiedere e a ringraziare. Tanti imprenditori ci hanno aiutato: una ditta ha pensato all’igienizzazione dei locali Caritas, altri hanno dato soldi».
E adesso?
«Adesso la sfida è trasformare le tensioni che c’erano prima del covid in risorse per ripartire in maniera diversa. Non possiamo tornare come eravamo prima, non ce lo possiamo permettere: dobbiamo creare una realtà più solidale, dove ci sia una circolarità di risorse, pari dignità. Lo abbiamo visto, no? Il bisogno può toccare tutti, davvero tutti. E forse alla fine la pandemia ci sta dicendo proprio questo: svegliatevi, ognuno metta in campo le proprie risorse non solo per se stesso ma anche per gli altri. Tocchiamoci non solo fisicamente ma con la vita». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA