Infiammazioni intestinali, un Centro più forte del covid
Colpiscono una persona su quindicimila e sono malattie tipiche dei Paesi industrializzati. Il morbo di Crohn e la colite ulcerosa sono tra le patologie croniche che, soprattutto durante il primo lockdown, hanno rischiato di essere “trascurate” per il timore dei pazienti di recarsi in ospedale. «Nella seconda fase della pandemia il problema è stato fortunatamente superato», assicura il professor Giorgio Zoli, primario dell’Unità operativa complessa di Medicina interna dell’ospedale di Cento e direttore-fondatore del Centro per la diagnosi e cura delle malattie dell’intestino all’interno dello stesso Santissima Annunziata. Il Centro è attivo dal Duemila, ed è un punto di eccellenza a cui fanno riferimento anche pazienti provenienti da altre province e da fuori regione, con circa un migliaio di assistiti. «Le persone che soffrono di queste patologie infiammatorie intestinali - prosegue il primario - oltre a essere visitate periodicamente vengono curate con farmaci biotecnologici, gli anticorpi monoclonali, che possono essere somministrati solo in ospedale. Durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria diversi appuntamenti sono saltati, ora la situazione è tornata alla normalità».
Il professor Zoli, già professore associato all’Università di Bologna e dal 2018 docente di seconda fascia a Unife, ha portato a Cento la struttura specialistica che aveva fondato al Sant’Orsola, affiancando anche un centro di studi sperimentali sui nuovi farmaci. Compito del Centro è diagnosticare le malattie infiammatorie intestinali e seguire i pazienti. «Le più diffuse sono la colite ulcerosa e il morbo di Crohn, che nascono da infezioni batteriche o virali che in soggetti geneticamente predisposti sviluppano un’autoimmunità e cronicizzano. In tutti gli altri pazienti, invece, le stesse infezioni portano a gastroenteriti che si risolvono in alcuni giorni. In un terzo dei casi compaiono manifestazioni osteoarticolari, come l’artrite reumatoide».
Se i fattori di predisposizione si possono individuare attraverso studi genetici, non esiste una prevenzione. Le armi sono quelle della diagnosi precoce e della terapia. La prima è fondamentale, soprattutto in caso di pazienti giovani (una delle fasce di insorgenza è tra i 10 e i 19 anni, la seconda tra i 35 e i 45 e la terza dopo i 65 anni) che, se non curati in modo tempestivo possono vedere compromessa la loro crescita e sviluppare il cosiddetto nanismo alimentare. La diagnosi però non è semplice perché i sintomi sono spesso associati anche ad altre malattie: «Un terzo dei pazienti arriva dal medico per una perdita di peso e sangue nelle feci, due campanelli di allarme anche per forme tumorali - prosegue il professor Zoli - a cui si affiancano dolori addominali. In presenza di sangue nelle feci è importante fare la colonscopia. In caso di infiammazione, le successive analisi permettono di capire se si tratta di un’infiammazione di tipo funzionale, come la sindrome del colon irritabile, o di tipo organico, ovvero il morbo di Crohn e la colite ulcerosa».
Se l’alimentazione (cibi grassi o poveri di vitamina D, verdure non lavate e dunque contaminate da agenti inquinanti) fanno di questi disturbi “malattie da Paesi ricchi” (non ce n’è traccia in Africa), il cibo può a sua volta diventare un farmaco, con diete ricche di frutta e verdura ma che vanno in ogni caso calibrate su ciascun paziente. Si ricorre inoltre, spiega ancora il primario, «alla dieta dell’astronauta, preparazioni liquide che contengono tutti gli elementi nutritivi necessari ma senza scorie, ovvero le fibre. Assunte periodicamente per 15-20 giorni, possono ridurre l’assunzione di farmaci come il cortisone». Ma buona parte dei suoi pazienti, «diciamo sette su dieci», rifiuta questo tipo di terapia. «Ad accettarla, e di buon grado, sono invece gli adolescenti, per i benefici che questo comporta per il loro sviluppo». —
Alessandra Mura
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