Operaio morto alla Revet, il processo: «Fatale il cambio di una molla, ma la procedura era rischiosa»
PONTEDERA. Quando Fabio Cerretani è morto sul lavoro, la mattina del 23 settembre del 2017, stava svolgendo un intervento di auto-manutenzione su un macchinario della Revet, l’azienda per la quale lavorava. Queste sono le conclusioni a cui è giunto uno dei tecnici dell’Asl Valdicecina che intervennero subito dopo l’incidente, sentito ieri in aula di fronte alla giudice Eugenia Mirani. «Sentimmo diversi lavoratori – spiega il tecnico – e la quasi totalità confermò che quando c’era un problema a quel macchinario si interveniva così».
Di che procedura si trattava? Cerretani, che era arrivato a ricoprire il ruolo di capoturno, stava lavorando a una pressa, un macchinario che compatta la plastica che viene inserita al suo interno e la risputa fuori sotto forma di blocchi legati con il fil di ferro.
A ricostruire l’incidente, secondo le conclusioni a cui è giunto, è sempre il tecnico Asl. «Non posso pronunciarmi rispetto al posizionamento della vittima. Quando arrivammo noi, che eravamo a Volterra, la vittima era stata spostata più in là rispetto al punto in cui avvenne l’incidente. Il macchinario, che fu posto sotto sequestro, presenta uno sportello accessibile a due metri di altezza. L’accesso a quel punto è vincolato all’apertura di un cancello che ha un sistema che blocca il macchinario quando è aperto. Se quel cancello è aperto la macchina non può funzionare», spiega nella sua descrizione il tecnico.
Chiede il pm Massimiliano Costabile: «Il cancello aperto che blocca la macchina conosce eccezioni? C’erano situazioni in cui si sarebbe potuta attivare diversamente da come previsto?». Si tratta di una circostanza che il teste nega: «Abbiamo fatto diverse prove e da questo punto di vista la pressa non ha mostrato problemi», chiarisce entrando nel dettaglio.
Attorno allo sportello era stata sistemata una sorta di recinzione, una misura di sicurezza in più, non prevista dal costruttore, per evitare appunto che ci fossero accessi. «Si tratta di un organo della macchina in movimento e trovarsi lì può essere pericoloso», spiega appunto al giudice il teste.
«Il motivo per cui si può avere accesso alla zona segregata, come abbiamo capito, è per effettuare l'auto-manutenzione da parte del personale. Verificando abbiamo visto che in quel punto c’erano dei cani, una parte della macchina, a cui mancavano le molle. A nostro avviso Cerretani stava sostituendo una molla a un cane. Senza la molla, infatti, il cane è libero e crea problemi all’avanzamento della pressa. Così riteniamo che sia entrato all'interno per ripristinare la molla sul cane. E di questo abbiamo contezza anche dai resoconti dei colleghi del capoturno che abbiamo sentito», spiega il tecnico Asl, spiegando la procedura che era in corso al momento dell’incidente.
Che aggiunge: «È previsto dalla macchina che si possa entrare per piccole manutenzioni o collegamento fili. L’auto-manutenzione nasce per rallentare il meno possibile la lavorazione».
A questo punto il tecnico, su domanda del pm, spiega che per effettuare quell’intervento (peraltro senza una procedura specificamente prevista) ci sono due strade: «Si può fare, senza mettere in moto la macchina. Ma si perde molto tempo. Se invece mi chiudo dentro, chiudo la porta e faccio partire la macchina ho la possibilità di fare partire il carro e di muoverlo per di avvicinare il cane. Questa seconda opzione non può essere fatta da solo, ci vuole altro operatore che usa la pulsantiera visto che l'uomo è all'interno. Presumo che sia metodo più veloce».
Ed è proprio questo metodo che viene contestato: «Abbiamo capito – spiega il tecnico – che la procedura di auto-manutenzione nel caso cambio di molle era quella di aprire il cancello, chiudere e un altro operaio da fuori attivava il carrello. Era diventata una procedura standard, come ci ha confermato il personale che abbiamo sentito. Per questo motivo abbiamo supposto che il datore di lavoro non abbia fatto niente per fermare questa operazione».
A processo, per la morte dell’operaio, ci sono Giuseppe Gaglio, 43 anni, di Collesalvetti, l’operaio che era con Cerretani; Massimo Rossi, 47 anni, direttore dello stabilimento e responsabile della sicurezza, di Cecina; Emanuele Rappa, legale rappresentante di Revet Recycling in qualità di amministratore delegato, di Montevarchi; l’ingegner Fabrizio Vitale, 51 anni, consulente esterno per la sicurezza, di Livorno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA