Distretto del caffè trevigiano in ginocchio: «Tazzina a 1,50 euro»
TREVISO. È un caffè amarissimo il 2022 delle torrefazioni trevigiane. Un distretto che vale due miliardi di euro, una rosa di nomi storici - da Dersut a Goppion, da Segafredo ad Hausbrandt - che oggi si trovano ad affrontare la più grave crisi di sempre, una tempesta perfetta fatta di aumenti della materia prima, costi di trasporto esorbitanti, calo dei consumi. Oggi pagano i produttori. Presto, anzi prestissimo, pagheranno anche i consumatori finali, visto che le previsioni per la primavera-estate 2022 sono di un euro e cinquanta per un caffè al banco. Una corsa dei prezzi verso l’alto che peraltro è già iniziata e di cui tutti si sono accorti, con i repentini aumenti, negli ultimi mesi, da 90 centesimi a un euro, un euro e dieci, un euro e venti, ora un euro e trenta in alcuni locali.
Gli sforzi di Dersut
Nomi storici in acque agitatissime. Giorgio Caballini di Sassoferrato è il patron della Dersut di Conegliano. Se gli si chiede cosa non va, oggi, nel mondo del caffè, non sa da dove iniziare: «I crudi, cioè il caffè verde, la materia prima, sono aumentati dell’80% rispetto a marzo. Le spese di produzione volano: energia elettrica e metano sono cresciuti del 30-40%».
«Le vendite nel settore Horeca, che comprende hotel, ristoranti e catering, hanno il freno a mano tirato, circa il 30% in meno di un anno fa. I locali pubblici si erano ripresi ad agosto, poi sono calati, -20% a dicembre e poi -30% a gennaio. Le persone escono meno, hanno più riguardo, molti sono a casa per il Covid. Ho qualche gestore che ha chiuso il bar perché non si vuole vaccinare. I trasporti dall’Asia e dall’America centrale sono decuplicati: un container dall’Asia costava 700 dollari, adesso 8 mila dollari. Stiamo lavorando in perdita».
Arrivano gli aumenti
Un quadro desolante aggravato dalla speculazione: «Il caffè verde è aumentato perché con la crisi dei trasporti sono mancati i container e i fondi d’investimento hanno fiutato l’affare, buttandosi nelle borse del caffè» aggiunge Caballini, «la materia prima vale un decimo rispetto alla “carta”, è speculazione finanziaria. Tutto è iniziato con l’Evergreen incagliata nel canale di Suez».
I rincari sono già arrivati al consumatore, c’è da chiedersi non se i prezzi saliranno, ma fino a che punto: «L’anno scorso l’abbiamo chiuso in pareggio o leggera perdita, quest’anno speriamo di riprenderci ma la situazione è critica. La tazzina la stanno già portando a 1,20, in Alto Adige è già a 1,40. La situazione è in fermento, tra quest’anno e il prossimo arriveremo a 1,50 se si vuole sopravvivere».
Qui Goppion
Un quadro che non cambia spostandosi nel capoluogo. «I problemi li vediamo a tutti i livelli - racconta Paola Goppion, una lunga e fortunata storia aziendale di famiglia, sede sul Terraglio e storica bottega in centro - tutto è aumentato, dalla corrente ai trasporti, dalla materia prima agli imballaggi. E ci rimettiamo sul cambio euro-dollaro. Un pallet 80x120 è passato da 8 a 15 euro».
Le abitudini dei consumatori sono cambiate: «I ristoranti hanno avuto problemi con la cancellazione delle cene di Natale. Siamo davanti a un cambio del consumatore, in parte dovuto al rincaro dei prezzi, in parte al fatto che restando a casa si consuma diversamente».
«Puntiamo sulla qualità»
Arriveremo, in estate, a 1,50 euro per un caffè? «Sarebbe giusto arrivarci» risponde Paola Goppion. «Le torrefazioni che hanno sempre lavorato bene non devono mancare di qualità, dobbiamo mantenere la nostra reputazione, inevitabilmente dovremo far pagare un po’ di più il caffè. Senza tradire né il consumatore né il barista, che va aiutato a lavorare meglio. Vendiamo un prodotto che finisce nella pancia della gente, per questo la qualità dev’essere garantita, anche aumentando il prezzo se necessario».