Triestino no vax finisce in ospedale e si pente. Ora racconta la sua storia in un libro «per aiutare i dubbiosi»
TRIESTE «Ho visto che lo portavano via in un sacco nero: aveva 65 anni ed era il mio vicino di letto a Cattinara. Quando ti capita una cosa così, ti rendi conto che il Covid è come una roulette russa: se sfidi il virus metti a rischio la tua vita. Io non mi ero vaccinato, e me ne sono pentito. E ora dico, a chi non lo ha ancora fatto: vaccinatevi».
A raccontare la sua storia è Fabio Saitta, triestino, classe 1963, uscito dall’ospedale il 13 dicembre scorso, poco più di un mese fa. Un tempo breve, ma sufficiente per scrivere un libro di 91 pagine, per non dimenticare l’esperienza, ma anche per sensibilizzare i dubbiosi sul vaccino.
Saitta, come ha contratto il virus?
«In novembre dalla mia compagna, che a sua volta è stata contagiata da una collega a una cena. Lei se l’è cavata con qualche giorno di alterazione. A me è andata peggio».
Cosa le è successo?
«La prima settimana da positivo nulla. Poi, dalla seconda settimana, è iniziato un forte mal di gola, un po’ di tosse, infine la febbre, sempre più alta, oltre i 39. Però non percepivo difficoltà respiratorie. Di fatto, mi ha salvato il saturimetro».
In che senso?
«Lo avevo a casa e ho iniziato a usarlo quando la febbre si è alzata, osservando come i livelli di ossigeno si abbassavano di giorno in giorno. Il 25 novembre, quando i valori sono scivolati sotto il 90, ho chiamato il 112 e sono stato portato in Pronto soccorso in ambulanza. Fatta l’ecografia, è stata riscontrata una polmonite bilaterale in stato avanzato. Insomma, ero messo molto male, anche se io non ne avevo avuto contezza fino all’ultimo. Se non avessi avuto il saturimetro, forse oggi non sarei qui. Forse avrei chiesto aiuto troppo tardi».
Poi com’è andata?
«Sono rimasto con la mascherina per l’ossigeno cinque giorni in una saletta del Pronto soccorso, che era strapieno di gente. Dopo sono stato trasferito per una settimana in terapia sub intensiva, nel reparto Pneumo Covid, sempre disteso a pancia in giù, pieno di fili e tubicini addosso. Infine, un’ultima settimana in Infettivi al Maggiore».
Cosa ha visto e vissuto?
«Dolore, sofferenza, paura. Di notte non dormi, le ore sono infinite, e incroci altre persone con cui condividi un pezzetto di vita. Qualcuno l’ho visto morire accanto a me, come un uomo di 65 anni, che si era ammalato poco dopo aver avuto un ictus, e non ce l’ha fatta. Lo hanno portato via con un sacco: uno strazio. Ho visto una donna di 65 anni con un’embolia polmonare rifiutarsi di andare in Terapia intensiva, nonostante i medici le dicessero che così non avrebbe avuto più di 48 ore di vita: io sono stato trasferito subito dopo, non so come sia finita per lei».
Lei non era vaccinato. Perché questa scelta?
«Non mi sono mai considerato un no vax, uno ideologicamente contrario al vaccino. Avevo paura, ero diffidente, confuso. Avevo sentito troppe contraddizioni, letto troppe notizie. Ero incerto e ho aspettato».
Se n’è pentito?
«Sì».
Cosa ha provato quando era in ospedale?
«Una paura terribile, pensavo di non uscirne più, anche perché era difficile capire come sarebbe evoluta la situazione. Solitudine, perché sei solo e comunichi con le videochiamate. E poi mi sono sentito in colpa, per il disagio che stavo creando in ospedale».
Qualcuno glielo ha fatto notare?
«All’inizio, ho sentito dire “è arrivato un altro no vax”, ma fa niente, è andata così, mi sentivo in colpa già di mio. I sanitari sono stati bravissimi. In reparto poi ho parlato con un medico molto gentile, mi ha chiesto i motivi della mia scelta, ci siamo confrontati».
Cosa direbbe oggi a chi non vuole vaccinarsi?
«Non voglio forzare nessuno, ma direi che io ho 58 anni, ero sanissimo, super sportivo, appassionato di corsa e nuoto, eppure è andata così: è una roulette russa, e può andare davvero male. Ho scritto il libretto anche per questo, per dare qualche indicazione, qualche consiglio attraverso la mia esperienza. Magari aiuterà qualcuno dubbioso o semplicemente spaventato dal vaccino, come lo ero io».
Come hanno reagito i suoi cari?
«Alcune persone vicine a me, di settant’anni, hanno decido di immunizzarsi dopo aver visto cosa mi stava succedendo. Mi figlio, poi, si è preoccupato molto, lui era vaccinato da tempo».
Ora come sta?
«Ho perso dieci chili. Mi sto riprendendo con piccole passeggiate e riposo. In febbraio mi aspettano varie visite. Spero di non avere conseguenze importanti sul lungo periodo».
Un ricordo umanamente bello di quei 17 giorni in ospedale ho ha?
«Sì, uno in particolare, che non è più solo un ricordo. Uno dei miei compagni di stanza, Lino, mi aveva raccontato di essere rimasto solo da molti anni ormai a Trieste. Gli ho detto: “se usciamo da qui con le nostre gambe, ti invito da noi a pranzo a Natale”. E così abbiamo fatto. È nato un bel rapporto».