Celebra la messa in latino e non si pente: scomunicato sacerdote vigevanese
VIGEVANO. La scomunica "latae sententiae" è scritta paradossalmente in quella lingua latina che don Marco Pizzocchi ha sempre utilizzato per rivolgersi ai fedeli. Ma ora il 60enne sacerdote di origini vigevanesi si è «oggettivamente posto fuori dalla comunione ecclesiale»: il decreto è stato pubblicato sull’ultimo numero della Rivista diocesana, organo ufficiale della Chiesa novarese cui don Marco appartiene. In ogni caso, don Pizzocchi, che fino a pochi giorni fa celebrava messa in latino nell’oratorio Sant’Ambrogio di Milano, ha ancora la possibilità di presentare ricorso, di chiedere a papa Francesco la dispensa dagli obblighi sacerdotali o di ritrattare le sue posizioni, chiedendo formalmente perdono alla Chiesa cattolica e il rientro nei suoi ranghi.
Lungo conflitto
È questo l’ultimo atto di un lungo dissidio con le gerarchie locali e vaticane della Chiesa cattolica, venuto alla luce nel 2008 quando don Marco era parroco di Nibbiola e di Garbagna, due parrocchie novaresi lungo la statale 211 che da Novara porta a Mortara.
Don Pizzocchi era stato rimosso dall’incarico perché si era rifiutato di interrompere la celebrazione della messa in lingua latina, secondo la liturgia tridentina e quindi contro i dettami del Concilio Vaticano II. La messa in latino era stata in qualche modo liberalizzata nel 2007 da papa Benedetto XVI con un “motu proprio”, scritto con l’intento di avviare un dialogo con i sacerdoti fedeli all’arcivescovo Marcel Lefebvre e altri tradizionalisti. Lo stesso documento, però, escludeva la messa domenicale dalla possibilità di utilizzazione del messale antico, ma don Pizzocchi non ha mai accettato questa limitazione scontrandosi frontalmente con l’allora vescovo di Novara, monsignor Renato Corti.
«La messa in latino è l’unica possibile: mi appellerò anche al papa, se mi costringono», diceva 14 anni fa alla “Provincia pavese”. Il provvedimento di scomunica è stato emesso dopo un lungo procedimento canonico. L’anno scorso la Curia novarese aveva chiesto a don Pizzocchi di confermare le informazioni su una riordinazione in un istituto non cattolico, comunicata dallo stesso sacerdote ai fedeli durante una messa, e l’appartenenza ai movimenti scismatici "sedevacantista" e "sedeprivazionista". Allo stesso tempo, sulle reti sociali don Marco avrebbe più volte rinnegato la sua appartenenza alla Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II.
Il sacerdote non è pentito
Dopo due lettere, rimaste senza risposta, del vescovo di Novara che gli chiedeva di esprimere pentimento e rientrare nei ranghi della Chiesa, «nella piena comunione ecclesiale», il 19 marzo 2021 don Pizzocchi è stato sospeso dalla retribuzione. E ora la scomunica.
La storia di Marco Pizzocchi va a braccetto con quella del fratello Massimo. Dopo il liceo scientifico a Vigevano, si trasferiscono a Gravellona, dove il papà Gianfranco fa il modellista per la ditta Bellotti, che produce scarpe da calcio. S’iscrivono alla facoltà di Medicina a Pavia, ma arriva la vocazione ed entrano in seminario a Novara, perché allora la parrocchia di Gravellona faceva parte di quella diocesi.
Don Marco, a 29 anni, viene assegnato a Romagnano, dove rimarrà tredici anni: poi, nel 2004, la Curia novarese lo trasferisce a Nibbiola e a Garbagna. In estate la folgorazione: «Assisto fuori diocesi a una messa in latino e capisco che non c’è altra scelta, almeno per me: tradotta nelle diverse lingue, la verità cattolica perde in parte il significato originario. Si rischia di corromperla». Non tutti però capiscono il latino: «E infatti omelia e letture sono in italiano. E poi, basta frequentare la chiesa e il significato delle preghiere latine s’impara: son sempre quelle».