Il filosofo veneto che la Svizzera ha chiamato per guidare la legalizzazione della cannabis. «Qui lo stiamo già facendo»
BORSO DEL GRAPPA. Un veneto guida la legalizzazione della cannabis e degli altri cannabinoidi in Svizzera. Mentre la Corte Costituzionale italiana giudicava inammissibile il referendum, il governo federale svizzero ha avviato un progetto pilota per regolamentare il consumo verso una legalizzazione controllata. A capo della sperimentazione, Giovanni Spitale, filosofo specializzato in etica pubblica e biomedica e ricercatore all’Università di Zurigo. Spitale ha lasciato Borso del Grappa con la moglie per andare oltralpe, dove ha potuto valorizzare le sue competenze.
Che idea si è fatto sulla bocciatura del referendum in Italia?
«Pur essendo personalmente a favore, non lo avrei votato. La mia perplessità è sull’utilizzo del dispositivo del referendum abrogativo, perché porta ad un buco normativo. È necessario un disegno di legge che non vada solo a depenalizzare la condotta di coltivazione di piante assimilabili alla cannabis, ma ne regolamenti il mercato, tuteli la popolazione e si occupi di prevenzione del rischio, con informazioni e prevenzione».
Perché l’argomento sfocia in un dibattito acceso ma mai risolutivo?
«In Italia il discorso è estremamente ideologizzato e politicizzato. In Italia canapa significa droga, che vuol dire male e di conseguenza peccato. C’è una grande ipocrisia, finché si parla in termini ideologici, non potremo mai avere una discussione onesta e concreta».
Qual è invece l’approccio svizzero?
«Il governo svizzero è pragmatico: è consapevole del fenomeno e quindi ha deciso di intervenire per regolamentare il mercato. Con la legalità si potrà tassare la sostanza, alleggerendo la pressione fiscale sui cittadini e avviando progetti di prevenzione, si avrà il controllo della vendita (in mano alla malavita) e della qualità della sostanza, come si fa per le verdure. Questi non sono motivi politici».
In cosa consiste il progetto sperimentale a cui è a capo?
«Una legge del 2021 permette di rivedere la norma su stupefacenti e sostante psicotrope. È possibile vendere canapa per scopo ricreativo a patto che questa sia incardinata in una sperimentazione che fornisca dati sulla salute fisica e psichica dei consumatori, sulla loro performance sociale e lavorativa, sul comportamento legato al consumo, sugli aspetti socioeconomici, sul mercato della droga e sulla sicurezza pubblica, tutti aspetti non medici».
Chi fa parte del progetto?
«Il governo federale, il mio team di lavoro e un partner commerciale che aprirà il negozio dove verrà venduta la canapa. Abbiamo inoltre attivato una collaborazione Ticino Addiction, una rete di professionisti che lavora sulle dipendenze e un finanziatore. Il progetto ha raccolto un milione di franchi svizzeri e si svilupperà in quattro anni».
In che fase della sperimentazione siamo?
«Dopo la fase della formalizzazione abbiamo un protocollo scritto. A giugno ci saranno le piante in campo, a settembre/ottobre verrà aperto il negozio in Ticino e comincerà la raccolta dei dati».
Quante e che tipo di persone saranno coinvolte?
«Considerando che il 28% della popolazione usa canapa con regolarità, prevedo che i partecipanti effettivi saranno tra i 1.500/3.500. Maggiorenni, legalmente competenti, residenti in Canton Ticino e che già utilizzano canapa, per non incorrere in rischi aggiuntivi. È escluso chi ha precedenti di malattie cardiocircolatorie, depressione e psicosi».
Questo studio porterà alla legalizzazione vera e propria?
«Non è più una questione di “se” ma di “come”. Prevedo un percorso tra i cinque e i sette anni».
Tornerà in Italia a fare il ricercatore?
«È pianificato un mio ritorno, anche se continuerò a lavorare per l’università di Zurigo Vorrei fare ricerca in Italia da italiano e non da svizzero. La ragione per cui la gente va via è la mancanza di autonomia e libertà intellettuale, non esclusivamente di salario. La mentalità in Italia deve cambiare anche in ambito accademico».