A Treviso l’Unicredit “sfrattata” dal Monte di Pietà. Fondazione: «Fuori entro fine anno»
TREVISO. «Non intendiamo rinnovare il contratto di locazione, dovete lasciare libero l’immobile entro la fine dell’anno». Le parole non saranno esatte, ma la sostanza è esattamente questa. Il padrone di casa non vuole più affittare all’inquilino, e intende riappropriarsi dell’immobile per trasformarlo. Solo che stabile, proprietario e inquilino, in questo caso, non sono proprio qualsiasi.
La lettera è partita dal padrone di casa - Fondazione Cassamarca - all’inquilino - Unicredit. E la casa è una delle più belle e storiche della città: il Monte di Pietà, un autentico scrigno di memoria, storia civica e arte, dietro Piazza dei Signori. Comprensibile la sorpresa, se non lo sconcerto, negli uffici di Unicredit, storico inquilino del compendio.
Il presidente di Fondazione, Luigi Garofalo, non aveva fatto mistero sin dal suo insediamento di voler aprire alla città e al mondo i tesori di arte e architettura custoditi nel palazzo, a cominciare dal gioiello, la sala dei Rettori o Governatori) con i cuoi e dipinti del Pozzoserato (il fiammingo Lodewijk Toeput): è convinto possano rappresentare per la città un altro eccezionale volano di turismo e di interesse su scala internazionale. Il New York Times non l’ha forse definito «il Monte di Pietà più bello del mondo»?
È evidente l’accelerazione impressa da Fondazione, all’indomani dell’accordo tombale con cui Ca’ Spineda ha sanato per sempre il suo maxi debito storico con Unicredit, (170 milioni, coperti con contanti e titoli) chiudendo una partita delicatissima per le casse del palazzo di piazza San Leonardo.
L’intesa ha sgravato Fondazione da un macigno, e adesso il presidente ha deciso di affrontare di petto anche la partita del Monte di Pietà, che sin qui si era evidentemente incagliata. Non è un mistero che della cultura e dell’università (e non del combinato disposto formazione-università-immobiliare, come fatto dal predecessore De Poli), Garofalo voglia fare la stella polare dell’attività di Fondazione.
E il Monte ha nella sala dei Rettori (o dei Conservatori) il suo fiore all’occhiello, con i dieci uomini che governavano il Monte di Pietà: un capolavoro del 1560, l’arredo dei cuoi di Cordoba e sei scene di Antico e Nuovo Testamento firmate Toeput, artista delle Fiandre fra i grandi del tardo Rinascimento. E ancora, la “moltiplicazione del pane e dei pesci” affrescata dal Fiumicelli. I muri esaltano solidarietà contro l’avidità, e l’ attenzione ai meno abbienti. Anche se non disinteressata.
Lo scrigno d’arte e memoria cittadina è il cuore di un’istituzione nata dalla sinergia sociale di potere laico e Chiesa, e che ora Fondazione vuole trasformare in un ulteriore museo permanente, per trevigiani e turisti.
«Un dono di Fondazione, una restituzione alla comunità di un tesoro sin qui chiuso e accessibile a pochi», aveva detto Garofalo in passato. «Un cuore antico della città, per sua natura segreto, che si apre alla città», aveva premesso Giorgio Fossaluzza, curatore artistico. L’architetto Gianfranco Trabucco aveva invece curato il riallestimento filologico del complesso.