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Marghera, nella casa della droga tra rifiuti, giacigli e siringhe. Il racconto di un disperato: «Da 4 mesi vivo qui»

MARGHERA. Borse di plastica, flaconi di detersivi, una pentola, un navigatore Garmin in frantumi, magro bottino di un furto in auto, cucchiaini bruciati. Il capannone abbandonato all’angolo tra via della Pila e via delle Macchine, a Marghera, è dove i ragazzi più ai margini, quelli che non hanno venti euro per pagarsi la stanza di un ostello, vanno a farsi di eroina o cocaina. La recinzione è divelta, i vetri spaccati.

La scala per salire al primo e poi al secondo piano è senza protezioni, basta mettere un piede sbagliato per volare giù. Al primo piano, tra i rifiuti, un paio di materassi lerci messi in piedi per costruire un rifugio.

È l’angolo dell’edificio che guarda il cavalcavia di Mestre, dove ogni giorno passano migliaia di auto. Questo è l’edificio al grezzo dai contorni blu, familiare alla vista di chi attraversa la città in auto o in autobus. Stare qui è un cambio di prospettiva. Oltre le finestre, o quel che ne resta, dall’altro lato si vede il nuovo distretto degli ostelli e degli alberghi.

Luoghi lontanissimi, anche se stanno solo a duecento metri. In quest’angolo dell’edificio, nell’aprile del 2017, è stata trovata morta Genny, 32 anni, di Camponogara. Overdose. Sono passati anni, tutto è tornato come prima. Il giaciglio sembra lo stesso in cui morì la ragazza.

Più in là, verso il centro dell’edificio, ci sono tre sacchi a pelo e quattro paia di scarpe. Un sacco a pelo imbottito con altre due coperte sembra muoversi, ma quando ci avviciniamo resta immobile. Chiediamo se ci sia qualcuno. Non risponde nessuno.

«Non siamo della polizia», precisiamo. Esce il volto di un ragazzo stravolto, dice di chiamarsi Alì, ha 30 anni. Decide di parlare un po’, da sotto le coperte. Però niente foto, niente riprese.

Stai bene? Hai bisogno di aiuto?

«No, sto bene grazie, stavo solo dormendo».

Tu stai qui, abiti qui?

«Sì è la mia casa, abito qui da 4 mesi. Sono senza lavoro, senza casa».

Di dove sei?

«Marocco, Casablanca. Sono in Italia da 15 anni, prima stavo a Padova».

E come ci sei finito qui?

«Ho fatto qualche lavoretto, ho fatto di tutto, poi ho avuto qualche problema con la giustizia. E sono finito così».

Marghera, viaggio nel degrado dell'edificio abbandonato in via della Pilafoto da Quotidiani localiQuotidiani locali

Sei da solo qui?

«No, c’è anche un mio amico. Adesso non c’è, non so dove è andato, forse è andato via. Forse è andato a cercare un po’ di droga, non lo so».

Sembra che qui venga molta gente.

«Questa casa è molto grande. Ci vengono tante persone, soprattutto di notte, tanti tossicodipendenti».

Fai uso di droghe anche tu?

«Sì».

Eroina?

«No, cocaina».

Qui è pieno di siringhe.

«Sì ma io non faccio uso di eroina, solo cocaina. E alcol».

La fumi o che?

«La tiro».

E dove la compri? Quanto ti costa?

«La compro in via Piave. Con dieci euro mi danno zero virgola venti grammi».

E difficile da trovare?

«Sì per me sì è difficile, perché non ho mai soldi. È facile sei hai i soldi».

Quante volte la prendi?

«Due volte al giorno. Poi bevo».

È da tanto che fai uso di droghe?

«Non da tanto, solo da un anno».

E come fai per i soldi, per comprarti la cocaina e per mangiare?

«Mi arrangio, mi arrangio per sopravvivere».

Chiedi l’elemosina, compi qualche furto?

«Cerco di arrangiarmi, non posso dire cosa faccio».

La vendi anche o nei fai solo uso?

«Non la vendo, la sniffo e basta».

Hai paura a stare qui, anche di notte?

«No, solo a volte un po’. Qui le persone solo si drogano e dormono».

E come vi scaldate le notte?

«Di notte stiamo in giro. Quando veniamo qui ci copriamo con le coperte. Qualcuno accende il fuoco ma io non voglio perché dalla strada si vede. Poi magari qualcuno chiama la polizia».

E adesso cosa fai?

«Dormo, è solo due ore che dormo, poi non lo so, vado a cercare un po’ di soldi, un po’ di alcol. Poi torno qui, è la mia casa qui».

***

La proprietà è di Finotti: edificio vuoto dal 2008

pila.jpg

L’edificio vuoto e abbandonato dal profilo blu era stato pensato e realizzato per diventare un centro servizi, della società Ape. Mai entrato in funzione, affossato come altri interventi simili dalla crisi del 2008, l’edificio, riconoscibile per gli infissi blu, è diventato nel tempo ricettacolo di sbandati e di tossicodipendenti che lo utilizzano per trovarvi riparo la notte. Nel futuro di questo centro-servi abbandonato a se stesso doveva, poi, esserci uno studentato.

Il proprietario, l’imprenditore sandonatese Domenico Finotti - che ha realizzato, tra le altre cose, il tribunale di San Donà e le due torri di piazza Drago, a Jesolo - aveva pronto il progetto e l’intesa con un gruppo per la gestione. Ma il progetto poi non è più andato avanti. Era stato costruito per ospitare uffici e, quindici anni fa, si era anche candidato a diventare la sede di Veneto Strade, poi realizzata nell’area dei centri commerciali.

L’edificio non è l’unico luogo usato dai tossicodipendenti per assumere droga, perché sono molti gli edifici abbandonati, o gli angoli nascosti sotto il cavalcavia. Ma questo è uno dei più comodi da raggiungere e dei più sicuri per trascorrere la notte, anche perché l’ingresso alle scale è unico, e si può quindi controllare chi sale.

***

Dall’ex dopolavoro a viale San Marco i luoghi nel mirino

luoghi.jpg

Centotrenta siti oggetto di sopralluogo nel 2018, saliti a 143 nel 2019 e crollati, causa pandemia, a 58 nel 2020. Il programma Oculus e Oculus plus della polizia locale mappa e monitora gli spazi della terraferma in completo abbandono e che diventano zone di bivacchi di sbandati, senza dimora, ma anche di spacciatori che vivono sulla strada e che non hanno permesso di soggiorno.

Anche la Questura mappa da tempo spazi abbandonati al centro di periodici controlli. Ne viene fuori un librone con foto e segnalazioni di luoghi privati in abbandono. Recuperare a nuovi usi e utilizzi questi spazi sta diventando un imperativo ma purtroppo la crisi economica del post pandemia non aiuta.

Da via della Pila a via Fratelli Bandiera a via Galvani, l’abbandono si lascia dietro una scia di abbandono, di immondizie, di materassi gonfi di acqua e di vestiti strappati che diventano protezioni di improvvisate tende, che sono lo specchio di un degrado che l’opinione pubblica non tollera ma che ha molto a che fare non solo con situazioni di microcriminalità ma anche con evidenti storie di marginalità e povertà. Vecchi edifici industriali oggi dismessi, il dopolavoro della Montedison, vecchi parcheggi mai entrati in funzione, capannoni che non servono più ma sono cespiti, a fini fiscali.

Le forze dell’ordine lavorano per sorvegliare queste aree ed imporre interventi di pulizia, messa in sicurezza, alle proprietà che spesso sono aziende. A volte l’intervento di pulizia o messa in sicurezza è coatto, con i costi poi recapitati alle proprietà. Altre volte finestre e porte finiscono murati o recintati con reti elettrosaldate.

Anche questi sono di fatto dei “buchi neri” come quello in pieno centro a Mestre dell’ex Umberto I che attende i cantieri del gruppo Alì. Che condannano una città alla visione del brutto.

Di recente un controllo della polizia locale ha fatto emergere una situazione incredibile negli ex uffici della Telecom in piazzale San Lorenzo Giustiniani.

Prima sono passati i ladri di rame, da rivendere al mercato nero, poi è stata la volta di spacciatori e sbandati. Solo in alcuni casi fortunati in questi ultimi anni, le demolizioni hanno aperto la strada a percorsi virtuosi che consentono di progettare un futuro diverso per questi spazi: l’ex scuola Monteverdi di via Ulloa è stata rasa al suolo e diventerà la nuova sede di terraferma della Questura di Venezia.

Anche i caseggiati dei pusher di via Caravaggio, alla Cipressina, sono stati demoliti per il via ai lavori del nuovo supermercato Iper Lando aperto a ridosso della tangenziale. E gli altri? Rimangono in attesa di una scelta delle proprietà. A volte fallite, a volte solo inerti o lontane da Venezia, come nel caso delle imprese edili proprietarie della case di via Sansovino, mai finite e ridotte ad un immondezzaio dove chi entra lo fa a suo rischio e pericolo.

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