Santi e Madonne sotto sequestro, guerra agli altarini della camorra
Guerra alle camorre, si alza il livello dello scontro: sequestrata la Madonna con il Bambino, e con loro alcuni santi e qualche anima del Purgatorio. Ovviamente si tratta di effigi e in particolare di quelle visibili nelle centinaia di edicole votive che costellano le vecchie strade di Napoli.
Nati nel Settecento per far luce in una città ancora priva d’illuminazione pubblica e dunque per prevenire i crimini notturni, da alcuni decenni a questa parte i tabernacoli sacri sono diventati funzionali proprio alla criminalità organizzata.
Oltre a celebrare i caduti delle varie guerre di camorra – le cui fotografie sono collocate vicino alle immagini sacre – questi piccoli presepini purgatoriali sono usati per veicolare una sorta di devozione popolare nei confronti dei boss e delle loro famiglie, come illustra bene l’episodio che è all’origine dell’indagine della Dia che ha portato ai sequestri di oggi.
Lo scorso aprile i militari del Comando provinciale entrarono nello storico quartier generale del clan Contini, a Sangiovanniello (a pochi passi dalla monumentale piazza Carlo III), per sequestrare tre statue del Seicento a grandezza naturale, raffiguranti la Madonna del Rosario con Gesù tra le braccia, San Domenico e Santa Rosa. Manufatti che erano stati sottratti da una vicina chiesa (chiusa da tempo) per ordine della potente suocera dei tre comandanti in capo della famigerata Alleanza di Secondigliano, il cartello camorristico che insieme con la famiglia Mazzarella regna sull’intero territorio napoletano da svariati decenni. La signora, infatti, è la mamma di Rita, Maria e Anna, le tre fanciulle che come in una fiaba (purtroppo nera) sono andate in sposa ai tre “sovrani” sancendo così un patto di sangue (per vincoli di famiglia) tra i clan del centro storico, di Secondigliano e di Giugliano. Esattamente come avveniva nei secoli passati quando si cercava di prevenire i conflitti formando parentele strategiche.
Assicurata la pax camorristica (almeno tra questi clan), la potente signora ha concentrato le sue attenzioni su un’altra priorità: assicurarsi che la “devozione” popolare verso il clan non venisse meno, specie dopo l’arresto dei capi (sono tutti e tre in carcere). Ed ecco l’intuizione: prendere le statue, sistemarle nel circolo sotto casa dedicato alla Madonna dell’Arco e gestire in autonomia per le processioni e le altre manifestazioni di culto. Ma non prima di aver messo delle targhette con i nomi dei tre boss ai piedi delle sculture, perché così si potevano chiedere due grazie, una celeste e una terrena, e si poteva ricevere una doppia “protezione”. Ma anche perché, spiegano nel quartiere, i poveri padrini rinchiusi al 41bis hanno bisogno pure loro di qualche preghiera.
Dopo quei sequestri – e due parroci finiti nel mirino della Procura – gli inquirenti hanno continuato a esplorare gli ambigui rapporti tra camorra e simboli religiosi e le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Alessandra Converso e dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo, hanno permesso di ricondurre le 11 edicole votive ad alcuni tra i nomi più in vista dell’Alleanza, compreso quello di Pietro Licciardi, figlio del celeberrimo Gennaro detto “a scigna” (la scimmia, ndr), fondatore dell’omonimo clan e poi della coalizione insieme Patrizio Bosti, Francesco Mallardo ed Eduardo Contini.
In molti casi si tratta di tabernacoli costruiti in un passato più o meno remoto (perlopiù dall’Ottocento al Dopoguerra), in altri casi si tratta di interventi più recenti e talora decisamente invasivi, come nel caso della nicchietta in alluminio anodizzato che ha danneggiato una delle rare vestigia archeologiche della zona, il già malconcio (un altro scandalo) tratto dell’acquedotto romano che portava l’acqua potabile a Napoli dalle montagne dell’Avellinese, un meraviglia dell’ingegneria romana visibile solo in questa piccola porzione di superficie, a pochi passi da piazza Ottocalli.
Sempre a proposito di simboli e sacralità deviate va ricordato che alcuni mesi fa fu sequestrato anche il busto raffigurante Emanuele Sibillo (“ES17”), il giovane capoclan emergente ucciso da una raffica di mitra durante un conflitto a fuoco nel 2015 e divenuto oggetto di culto; la statua oggi si trova nel museo di Criminologia di Roma.
Analoghi interventi sono stati effettuati per smantellare altre celebrazioni di giovani camorristi morti ammazzati, soprattutto gigantografie e murales, anche in altre zone della città (provocando singolai curiose quando spiacevoli reazioni). Una svolta epocale, finalmente una battaglia sul fronte culturale, un attacco frontale contro quello che la Direzione investigativa antimafia ha definito una «sfida allo Stato» e anche una «un elemento sostanziale della strategia criminale dei clan in città».
Va anche ricordato che la vicinanza tra la religiosità popolare e l’universo camorristico ha una lunga storia. Di rispetto e deferenza, ma non solo. Ecco cosa scriveva l’antropologo Abele De Blasio nel 1897: «Il ladro di chiese (“spoglia-santi”) per non commettere peccato e placare l’ira divina deve prima inginocchiarsi innanzi all’immagine che deve essere rubata e dirle (…) Molti però prima di prendere parte ad un furto si raccomandano alle anime del Purgatorio e queste anime sono, per alcuni ladri, le vere protettrici; infatti, se riesce nell’impresa, dal “baratto” (il guadagno, ndr) ne toglie l’“arrefrisco” (il rinfresco, ndr) per le anime pezzentelle».
Non sempre però il camorrista mostrava di essere intimidito dalle potenze celesti, anzi. Scrive ancora il De Blasio: «... anche i Santi debbono, alle volte, pagare il loro obolo alla camorra (...) Dunque non basta ad una setta di oziosi, di vagabondi, di prepotenti il contendere i disonesti guadagni al biscazziere? Dunque non basta eleggersi a protettori di femmine da conio per sfruttarne il turpe lucro? Non basta costringere alla prostituzione quelle fanciulle del popolo (...) No. A completare la figura di chi vive di sopraffazioni sulla sventura e sulla depravazione, sull’inesperienza giovanile e sul delitto era necessario ancora la più ributtante delle prepotenze, quella sul sentimento religioso! (...) E l’obolo carpito alla pietà dei fedeli serviva ad alimentare i vizi e la crapula di questi ras della camorra!».
Oltre un secolo dopo i camorristi continuano ad alimentare “vizi e crapula” sfruttando e piegando la religiosità popolare ma, curiosamente, non ci sono più antropologi a studiare il fenomeno con la stessa determinazione di magistrati e forze dell’ordine.