In tanti per la piccola chiesa: sul sagrato l’ultimo saluto a Nelly Tramontin, morta nell’esplosione causata da una fuga di gas
PINZANO AL TAGLIAMENTO. Un legame silenzioso che unisce, mentre la vita scorre apparentemente identica giorno dopo giorno, mentre invece percorsi individuali prendono forma nella loro pienezza e, nella quotidianità, donano qualcosa alla collettività.
Poi quel filo, sottile e invisibile, ma pervaso di una forza e di un’umanità straordinarie, quando è necessario riemerge. Accade nei momenti belli, quelli caratterizzati dai sorrisi, dalla gioia: accade ancora di più dinanzi a un lutto, a una tragedia che lascia basiti. Che toglie le parole, sgretola certezze, priva la comunità di un punto di riferimento.
Nelly Tramontin lo era, per Pinzano al Tagliamento. L’intero paese, lunedì 21 febbraio, si è fermato per dirle addio. La 63enne, morta a causa di un’esplosione causata da una fuga di gas nell’ufficio dell’azienda Chieu, era una colonna per le tante associazioni che seguiva per la parte contabili, per il suo impegno nel volontariato, per la sua disponibilità e il suo sorriso.
Il cielo era denso di nubi, lunedì pomeriggio, fino a poco prima dell’inizio del rito funebre. Poi le gocce si sono fermate. Il funerale è stato celebrato sul sagrato, perché la piccola chiesa mai avrebbe potuto contenere tutti. Dolore, incredulità, umanità: l’ultimo saluto a Nelly della sua gente.
Il marito Valentino Chieu, le figlie Francesca e Valentina, la sua famiglia. Accanto a loro il datore di lavoro della donna, i clienti del marito, che porta avanti insieme ai fratelli una ditta attiva nella distribuzione di bevande conosciuta in tutta la vallata, gli amici. Chi le voleva bene ed erano in tanti a volergliene.
Difficile il compito di un sacerdote che deve cercare le parole di fronte a una simile parabola del destino. Il parroco lo dice: «Non troviamo le parole, dobbiamo rivolgere lo sguardo a Dio».
Ricorda la generosità e la disponibilità di Nelly, il suo esserci sempre e comunque. Il suo essere parte della comunità. Non promette nulla di buono, il cielo sopra Pinzano, ma il tempo tiene: non scende più una goccia di pioggia. Il marito e le figlie della donna uniscono le loro mani, lo sguardo è chino, il peso del dolore troppo grande.
Accanto a loro, Pinzano, la sua gente, che ora ha un compito: rimanere lì, al loro fianco, per accompagnarli nel percorso. Che non significherà dimenticare, ma dovrà poter volere dire riprendere a vivere.
Gli sguardi della gente sono attoniti. C’è chi non riesce neppure a guardare il sagrato, a posare gli occhi sulla bara. Neppure le mascherine riescono a nascondere il dolore, mostrando gli occhi gonfi di pianto: il dolore, sincero e lacerante, di una comunità che soffre.
Ci sono un paese e i suoi valori, fuori dalla chiesa, si respira dolore, ma, ancora più forte, è la linea tratteggiata dall’affetto. Del voler bene a una persona perché membro di una collettività e per ciò che a essa è stata capace di donare.
Giorno dopo giorno, in una quotidianità a prima vista sempre uguale, e invece ogni volta meravigliosamente diversa. Un luogo, come Pinzano, dove tutti si conoscono, dove le piccole cose diventano grandi, dove si fa festa insieme e quando, invece, è il tempo del dolore, ci si stringe l’un l’altro con ancora maggiore vigore. Per sentirsi meno soli nel dare un addio che pesa come un macigno.