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La confusione di Biden sull'Ucraina

La guerra di informazione che sta caratterizzando la crisi ucraina rende al momento difficile conferire un’interpretazione netta agli eventi. E’ quindi evidente che, per dare una valutazione dei vincitori e dei perdenti, bisognerà attendere la conclusione della crisi stessa. Tuttavia è forse possibile azzardare un’analisi in corso d’opera. Un’analisi dettata dalla nuova strategia, adottata dalla Casa Bianca, di rendere pubbliche informazioni di intelligence sull’eventualità di un’invasione russa. Strategia piuttosto controversa che, soprattutto tra gli esperti negli Stati Uniti, ha acceso un vivo dibattito. I critici ritengono che un tale approccio rischia di incrementare la tensione e di mettere a repentaglio la rete di informatori di cui gli Stati Uniti godono. I fautori replicano, affermando che, con questa strategia, Joe Biden miri a contrastare Vladimir Putin con le sue stesse armi, per metterlo finalmente all’angolo. Ora, come sulla crisi ucraina in generale, anche su questo aspetto particolare vale il suddetto rilievo metodologico: per dare una valutazione serena dell’impiego di tale approccio bisognerà aspettare la conclusione della crisi. Ciononostante non si possono non notare delle stranezze nel modo in cui Biden si sta muovendo. Cerchiamo di capire perché.

Putin è fuor di dubbio un leader significativamente controverso, ma è anche un freddo calcolatore. Se fa qualcosa, non lo fa tendenzialmente in preda all’emozione. Perché quindi ha ammassato le proprie truppe al confine ucraino nei mesi scorsi? E’ chiaro che il presidente russo voglia ottenere qualcosa. Non è ancora chiaro esattamente cosa (è improbabile infatti che si aspettasse realmente di ricevere una risposta positiva alle sue richieste sullo stop all’allargamento della Nato a Est). Ma qualcosa vuole ottenerla. Seconda domanda: perché Putin ha deciso di muoversi proprio in questa fase? Perché, con ogni probabilità, ha pensato di approfittare della crisi di credibilità in cui Biden era precipitato ad agosto a causa dell’Afghanistan. Putin, insomma, ha ammassato truppe per ottenere qualcosa in cambio, in un momento da lui giudicato – a torto o a ragione – favorevole. E qui il leader russo ha due strade: o esercitare pressione per strappare delle concessioni (guerra di nervi) oppure procedere all’invasione totale o parziale dell’Ucraina (guerra vera e propria). Ovviamente per lui questa strategia ha dei vantaggi, ma anche dei rischi notevoli. Un’eventuale offensiva potrebbe indebolirlo sul fronte del consenso interno e produrre dei contraccolpi internazionali tutt’altro che positivi (se scoppia una crisi irreversibile con l’Occidente, Mosca rischia infatti di ritrovarsi sempre più subordinata a Pechino). Tuttavia, al netto dei rischi, c’è una razionalità in questo modo di agire. Razionalità non vuol dire che questa condotta sia moralmente giusta o rispettosa del diritto internazionale. Razionalità significa che esiste una logica, per quanto controversa possa essere.

Ora, il problema è che una logica non sembra ravvisarsi da parte della Casa Bianca. Nelle scorse settimane, l’amministrazione Biden ha diffuso materiale di intelligence, sostenendo che la Russia sia pronta a un’invasione. Eppure, dall’altra parte, è da dicembre che il presidente americano ha adottato un approccio puramente reattivo, limitandosi a minacciare sanzioni al Cremlino in caso di un’offensiva. Dall’altra parte ancora, la Casa Bianca non fa che ripetere di essere impegnata a sostegno dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina. Ora, come è facilmente intuibile, queste tre posizioni stridono tra loro. Se Biden è realmente convinto di sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina e dispone da tempo di evidenze secondo cui un’invasione russa sarebbe quasi certa, non si capisce per quale ragione si ostini da dicembre a non cambiare il suo approccio nei confronti della Russia. Pur a fronte di un tale pericolo, il presidente americano ha infatti escluso preventivamente un intervento militare e continua a sostenere unicamente la strada delle sanzioni ex post.

Questo strabismo ha non a caso irritato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: a fine gennaio, quest’ultimo ha infatti criticato la Casa Bianca per aver diffuso pubblicamente dati di intelligence su un’eventuale invasione russa. Un fattore questo che, secondo Zelensky, ha contribuito a diffondere il panico, colpendo l’economia ucraina. Inoltre, pochi giorni fa, intervenendo alla conferenza di Monaco, Zelensky è tornato all’attacco della Casa Bianca, chiedendo che alcune sanzioni antirusse vengano rese pubbliche sin da subito. Una richiesta a cui la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha risposto picche. Del resto, la posizione della Casa Bianca è che la sola minaccia di sanzioni basterebbe di per sé come deterrente. Tuttavia, come detto, è da dicembre che Biden minaccia sanzioni ritorsive. Eppure, a fine febbraio, l’intelligence americana ritiene un’invasione russa ancora imminente. Ciò significa che la strategia di deterrenza della Casa Bianca non si stia rivelando granché efficace. Il che mal si concilia con i ripetuti proclami di Biden a favore dell’integrità territoriale e della sovranità ucraine. Un presidente americano che realmente puntasse a simili obiettivi, avrebbe già assunto delle misure più energiche. A maggior ragione, visto che è proprio la sua amministrazione a rendere pubbliche le informazioni d’intelligence su un’offensiva russa incombente.

Dov’è quindi la logica in tutto ciò? Siamo realmente sicuri che la Casa Bianca abbia una strategia chiara e definita sul dossier ucraino? Come già detto, bisognerà attendere la conclusione della crisi per tirare le somme. Tuttavia qualche dubbio viene. C’è chi dice che gli Stati Uniti starebbero scientemente provocando la Russia per avere il pretesto di comminare sanzioni e quindi separarla dal blocco occidentale. Una spiegazione, questa, che tuttavia non tiene probabilmente in debito conto i problemi di politica interna di Biden, il quale non ha affatto bisogno adesso di una nuova crisi internazionale che rischia di indebolirlo –in patria e all’estero– come già accaduto con l’Afghanistan. In realtà, il dubbio che sorge è che la pubblicazione del materiale di intelligence, più che una strategia, sia invece un modo per mettere le mani avanti. Ricordiamo infatti che, quando Putin annesse la Crimea nel 2014, colse l’amministrazione Obama di sorpresa. Un fattore, questo, che costò aspre critiche in patria all’allora presidente americano. In tal senso, non è escludibile che l’amministrazione Biden voglia in realtà soltanto coprirsi le spalle, per non dare l’impressione di essere colta di sorpresa, in caso di invasione dell’Ucraina. Tutto qui? Sì, forse è tutto qui. Perché se realmente questo uso pubblico dell’intelligence fosse inserito all’interno di una strategia organica, non si capisce per quale ragione da quasi tre mesi la posizione di Biden sia improntata all’immobilismo più totale.

Molte delle analisi che circolano attualmente sulla crisi ucraina non prendono in considerazione una domanda: siamo realmente sicuri che esista una posizione unitaria all’interno della Casa Bianca sul dossier ucraino? Il dubbio va posto, soprattutto alla luce di quanto accaduto ad agosto a Kabul. La crisi afgana ha infatti dimostrato che l’amministrazione Biden è al suo interno molto meno compatta di quanto voglia dare a intendere: in particolare, quella crisi ha messo in luce l’assenza di un adeguato coordinamento tra Pentagono e Dipartimento di Stato, che – non a caso – a settembre si rimpallarono le colpe della vittoria dei talebani. Una situazione di disorganicità, dunque, probabilmente aggravata dalla mancanza di una leadership forte, che sappia fungere da sintesi tra le varie anime dell’amministrazione stessa. Il rischio è che quindi la Casa Bianca stia prediligendo un approccio meramente reattivo proprio perché non ha idea di che cosa fare: non vuole impelagarsi in una crisi, ma non vuole neanche perdere la faccia. Anziché sparigliare le carte, prendere l’iniziativa e uscire dalla prevedibilità, Biden preferisce giocare di rimessa. Con il risultato che questo atteggiamento genera confusione, perché ai proclami sulla difesa della sovranità ucraina fa da contraltare un approccio di totale riluttanza. Una confusione che sta indebolendo la credibilità statunitense in Ucraina (si veda l’irritazione di Zelensky) e che sta sfaldando il campo europeo (in cui ciascun Paese gioca ormai in sostanza una partita personale). Aveva detto che, con lui alla Casa Bianca, l’America sarebbe ritornata. E invece, dopo l’Afghanistan, con l’Ucraina l’irresoluto Biden rischia di assestare un altro micidiale colpo alle relazioni transatlantiche. Un assist indiretto a Mosca e Pechino.

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