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Quelle dismissioni del patrimonio pubblico fatte a prezzi di saldo

Erano attesi incassi per un miliardo e 200 milioni. Non si sono raggiunti nemmeno i 35 milioni di euro. Ecco i risultati del piano per la vendita di beni dello Stato, varato sotto il primo governo Conte. Così, da Nord a Sud, terreni e immobili sono stati ceduti per cifre irrisorie: anche a meno di mille euro.

A Santhià, comune di 8 mila abitanti nel Vercellese, si trovavano alcuni terreni di proprietà pubblica. Sono quelli non più utilizzati e quindi vendibili per provare a rimpinguare le magre casse statali. Un modo intelligente per incamerare risorse fresche. Ed è proprio per questa ragione che nel 2019 lo Stato ha deciso di cedere una lunga serie di beni, affidando il dossier all’Agenzia del demanio, competente per materia. È passato del tempo e, alla fine, la cessione di quel lembo di terra piemontese è andata in porto. Quanto ha fruttato? Novecento euro.

Non meno significativo il caso di appezzamenti agricoli a Miranda, in provincia di Isernia, nel Molise: alcune di quelle quote sono state dismesse per un totale che supera, a malapena, i mille euro. Un destino non differente da quello di un’altra area a Boiano, provincia di Campobasso, valutato la bellezza di 863 euro. È vero: non si parla di proprietà sterminate, sono anzi piccole porzioni di territorio. Ma la musica non cambia per altri tipi di beni, come un immobile nel comune di Scorzè, provincia di Venezia, ceduto a 108 euro...

Pure qui si può obiettare che si tratta di superfici ridotte. Ma è un esito ricorrente in decine e decine di casi che riguardano l’invocata messa in vendita di beni pubblici. E il quadro non cambia per l’offerta case. In un periodo in cui è difficile anche riuscire a ottenere un mutuo dalle banche a tassi appena accettabili, torniamo in Molise, precisamente a Ferrazzano, alle porte di Campobasso: 49 mila euro per un «appartamento residenziale» con posto auto annesso. Un prezzo non male, vista la situazione abitativa nel nostro Paese.

Benvenuti dunque in una delle operazioni più fallimentari della storia repubblicana: la dismissione di patrimonio riconducibile allo Stato, avviata nel 2019 e conclusasi nel 2021. E che Panorama racconta grazie agli elenchi di cui ha potuto prendere visione. Per inquadrare la questione è necessario riavvolgere il nastro di qualche anno e tornare all’epoca del primo governo Conte, quello giallo-verde. Altro periodo, altre dinamiche: non c’era la pandemia, né tantomeno la guerra; Lega e Cinque stelle andavano d’accordo ed entrambe le forze politiche erano decise a trovare risorse per finanziare le molte misure di aiuto promesse ai propri elettori. Anche per questa ragione l’allora «avvocato del popolo» aveva indossato i panni dell’uomo che da una parte voleva «rassicurare» l’Unione europea - stravolgendola, in verità - dall’altra cambiare le sorti dell’Italia intera.

Tra i tanti progetti immaginati, e inseriti nella legge di Bilancio 2019, c’era proprio la cessione di beni statali. E si metteva nero su bianco una cifra impegnativa: un miliardo e 200 milioni di euro. Stima ambiziosa tanto che, inevitabilmente, il piano straordinario era stato presentato in pompa magna. Fin da subito c’era l’intenzione di passare all’incasso: solo per il 2019, secondo quanto previsto nella manovra economica, si attendevano 950 milioni di euro. Gli altri 300 milioni di euro erano previsti, suddivisi in maniera equa, per il 2020 e per il 2021.

Erano dunque giorni di grandi annunci, tanto dal dicastero dell’Economia (allora guidato da Giovanni Tria) quanto da Palazzo Chigi. Nel frattempo si studiava come liberarsi di queste proprietà pubbliche, dalle sedi inutilizzate alle caserme in disuso, per velocizzare il tutto. Un intervento che puntava anche a dimostrare la capacità di razionalizzare la gestione dei beni statali. I riflettori si sono poi spenti poco alla volta, con l’esperienza giallo-verde archiviata di lì a pochi mesi. Si è smesso di sbandierare le dismissioni in proclami pubblici e comizi per finanziare chissà quali provvedimenti.

Un consuntivo è stato però presentato dal ministero dell’Economia, appunto pochi giorni fa, con cifre decisamente stupefacenti: in totale sono stati portati a casa poco meno di 34 milioni e mezzo di euro. Il 2,8 per cento circa di quanto si era messo a bilancio. E peraltro un paio di milioni sono stati destinati all’Agenzia del Demanio per il lavoro aggiuntivo svolto in questi anni. Il rapporto tra attese e risultati è impietoso: nel 2019 sono stati incassati in totale 5 milioni e 751 mila euro. Poco più dello 0,5 per cento rispetto alle attese. Diciamo che è una cifra ancora giustificata, visto che si era all’inizio del programma. Nel 2020, però, l’introito è stato di 20.739.001 euro a fronte dei 150 milioni messi in conto. È il 13,5 per cento rispetto alle previsioni. L’ultimo anno, il 2021, si è chiuso infine con un mesto incasso di 8 milioni. Débâcle.

«Il quadro delineato conferma che certe operazioni non possono essere fatte a favore di telecamera, per garantirsi un po’ di propaganda a buon mercato» attacca Raffaele Trano, deputato di Alternativa che fa parte della commissione Bilancio alla Camera, portando la vicenda all’attenzione dell’Aula. La battaglia si sposterà quindi in Parlamento nei prossimi giorni, alla luce della necessità di fare cassa di fronte alla crisi innescata dalla guerra in Ucraina. «I beni vanno sempre valorizzati, non svenduti come potrebbe fare un privato che deve realizzare a tutti i costi».

A parlare di «fallimento» plateale è anche Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro economia digitale: «È evidente che nell’operazione occorreva distinguere in modo chiaro, attraverso una valutazione realistica, tra il patrimonio che ha un valore sul mercato e quello che non ne ha» afferma l’economista. «Quest’ultimo potrebbe comunque trovare una destinazione sociale: significa che magari non è adatto per far cassa, tuttavia può essere utilizzato per iniziative sul territorio». E in tali casi, parallelamente, «lo Stato dovrebbe diminuire le uscite, rendendo più semplice per le amministrazioni che pagano ingenti affitti ai privati, reimpiegare, adattandoli, gli immobili pubblici senza funzione».

Del resto questi numeri deludenti sono abbastanza semplici da spiegare, grazie agli elenchi dei beni di proprietà dello Stato alienati dall’Agenzia del demanio nel triennio in esame. Sono circa 1.600 (sebbene non tutti riconducibili alla cessione straordinaria del governo Conte, ma anche ad alcune dismissioni ordinarie). Ci sono vendite - va detto - che hanno portato maggiore liquidità, 403 mila euro, come quella relativa alla caserma di Misurina, comune di Auronzo sul Cadore, nel Bellunese, fatta nel 2019. Stesso discorso per la caserma «L. Vinco», in provincia di Bolzano, che ha fruttato 785 mila euro. Altre sono stati liquidate addirittura per cifre milionarie. Ma non tutte le caserme riescono a trovare simili acquirenti.

È successo, per esempio, con la sede dell’ex Forestale a Calabritto, in Irpinia, dismessa nel 2020 per circa 73 mila e 500 euro; o quella della Guardia di finanza a Paluzza, in provincia di Udine, che lo Stato ha concesso per 50mila euro. Ancora più basso il valore - 21mila e 500 euro - attribuito all’ex poligono Monte Arzan, a Verona. Oltre agli immobili già di uso militare, ci sono altri beni passati di mano a un costo a dir poco irrisorio, come un locale commerciale di San Giorgio a Cremano, centro del Napoletano famoso perché ci è nato il comico Massimo Troisi: la dismissione si è conclusa con meno di 36 mila euro.

«L’elenco è la conferma di come la quantità di queste operazioni non sia affatto un indicatore dei risultati ottenuti. Ci sono decine di casi che riguardano micro-vendite dall’impatto pressoché nullo, buone per superare qualche questione burocratica. Ma non è certo in questo modo che ricavano benefici per le casse pubbliche» insiste Trano.

Una particolare attenzione, invece, bisognerebbe averla per gli investitori stranieri. Come? «Attraverso la semplificazione e la digitalizzazione delle procedure di vendita che sono oggi complesse e in cui il contenzioso è praticamente la regola» spiega ancora Cerra. La fotografia di un Paese paralizzato dalla sua stessa burocrazia.

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