Mauro Covacich in palcoscenico «Vi racconto chi era Joyce»
TRIESTE Uno scrittore nato a Trieste racconta uno scrittore nato a Dublino. Non c'è occasione migliore giovedì, 16 giugno (è il Bloomsday, giorno in cui si dipana, dalla prima all'ultima pagina, tutto l'"Ulisse" di Joyce) per ascoltare in anteprima la nuova esperienza di palcoscenico di Mauro Covacich. Già autore e performer in "Svevo" lo scorso anno, Covacich ha scritto ora "Joyce", un ritratto dello scrittore da triestino, che si potrà ascoltare stasera in diretta su Rai RadioTre (alle 21). A seguire, lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Fvg, con la cura registica di Massimo Navone, sarà in scena venerdì, sabato e domenica (sempre alle 19) nella sala Bartoli del Rossetti.
Si sta abituando al palcoscenico, Covacich. Dopo lo Svevo dello scorso ottobre, ora ha deciso di raccontarci dal vivo Joyce. Anche questa volta da un punto di vista personale. «Al palcoscenico non ci si abitua mai - dice -. Però sto imparando una lingua nuova: quella della scena, molto diversa da quella della letteratura, che ho praticato da sempre».
E poi tutta l'ansia della diretta radiofonica.
«Letture in pubblico e reading non mi hanno mai fatto paura. Una diretta nazionale è però un salto senza rete».
Ma Joyce lei lo conosce bene. Abitava a poche centinaia di metri da casa sua, nel rione di San Giacomo. Certo: sono passati cent'anni.
«Quando scendevo dal colle per le lezioni all'università, me la trovavo ogni giorno di fronte, quella lapide di via Bramante: 'Ho scritto qualcosa. Il primo episodio del mio nuovo romanzo Ulisse è scritto'. Quel romanzo, per chi allora aspirasse alla letteratura, o alla scrittura addirittura, era una prova del fuoco, una patente, un rito iniziatico. 'Vuoi scrivere? Hai letto l'Ulisse?' era un mantra ricorrente».
La domanda infatti torna spesso in questo suo monologo.
«Posso aggiungere che il mio primo esame, Estetica, l'ho dato proprio sull'Ulisse».
Stimolo intenso, per un aspirante autore.
«Un monito interiore. Un passaggio obbligato. Se vuoi fare lo scrittore, da qui devi passare. Bisogna però dire che crescere a Trieste significa sentirsi gravati da padri come Svevo, Joyce, Saba. Sono miti ingombranti. E oltre che stimoli, possono anche avere effetti inibitori».
Joyce impartiva lezioni d'inglese a Svevo e a sua moglie Livia Veneziani. Oltre alla famigliarità, agli aneddoti veri e a quelli fantasticati, oltre a questa città e al momento storico, che cosa hanno in comune i due?
«Entrambi adottano una lingua che non è la loro. L'italiano per Svevo, l'inglese per Joyce sono lingue acquisite. Parlando con Joyce, nel 1927, Svevo gli dice: “Le parole sono nostre padrone, piuttosto che nostre serve”. Quello che cerco di dire in questo monologo è che per entrambi la lingua non è un'invenzione dell'uomo. Ma che all'opposto, noi uomini siamo un'invenzione del linguaggio. La lingua è la nostra casa. È lei a porre le condizioni per il nostro stare al mondo».
E siamo già nel campo dell'antropologia. Paradossale, però, rispetto all'immagine che in casa Veneziani avevano di Joyce.
«La borghesia triestina trovava assai curioso quel giovane professore d'inglese, strambo, che la sera vedevano sbronzarsi all'osteria».
Potremmo riflettere sul fatto che l'umorismo di Svevo sia di matrice borghese, e quello di Joyce di marca alcolica.
«Osterie e bordelli sono elementi caratterizzanti della sua poetica. Quelli di Dublino non saranno stati poi troppo diversi da quelli di via Cavana. Joyce conosceva e cantava le canzoni triestine da osteria, e la ballata irlandese di Finnegan, un ubriacone che si risveglia durante la propria veglia funebre, dà anzi il titolo all'altro suo fondamentale romanzo».
Ora, al tavolino di Svevo e Joyce sembra solo mancare la terza gamba.
«Che nelle mie intenzioni esiste. Se con il Teatro Stabile Fvg ci saranno le condizioni per farlo, toccherà tra un po' anche al terzo dei grandi 'santoni' di Trieste: Umberto Saba».