Lo psichiatra Saraceno ci racconta a Trieste il nostro rapporto con la paura
TRIESTE «Fra i tanti movimenti affettivi di cui si ragiona in psicoterapia - colpa, desiderio, aggressività, tenerezza, sessualità - troppo poco si dice della paura. E se fosse la paura il vero motore delle nostre vite?
È forse la paura a renderci insensibili e distruttivi? I delitti sono frutto della paura?».
È racchiusa in queste poche frasi la riflessione attorno a cui ruota il volume dello psichiatra Benedetto Saraceno “Le lingue della paura”, pubblicato da Edizioni Alphabeta Verlag. Il libro sarà presentato in anteprima nazionale giovedì alle 18 dall’autore, che converserà con lo psichiatra Peppe Dell’Acqua e con Elisabetta Lippolis. L’incontro, parte del ciclo “Testi/pretesti”, potrà essere seguito in presenza, nella sala Guarino (via Bottaccin 4, Parco culturale di San Giovanni), o da remoto, sulla pagina FB di Conferenza Basaglia o tramite zoom (per il link scrivere a copersamm@gmail.com).
Non si tratta di un saggio, come i tanti scritti da Saraceno nel corso della sua lunga carriera, che l’ha visto al lavoro per 15 anni all’interno dell’Organizzazione mondiale della salute a Ginevra. Ma del suo primo romanzo, un raffinato noir psicologico che scava nel conscio e nell’inconscio che sta dietro a ciascuna delle nostre azioni attraverso la storia di un assassino. In un bosco nei dintorni di Ginevra si consuma l’efferato omicidio del vicedirettore della Hega, nome feticcio dell’Oms. L’autore del delitto è un alto funzionario dell’agenzia, Andreas Krause. Il movente è la sete di potere, perché la vittima è l’unico ostacolo che si frappone alla progressione di carriera di Krause. Un uomo poco incline all’empatia, che per coprire le proprie malefatte entra in un loop delirante, un gorgo di paure e ossessioni che lo porta a peggiorare sempre più la propria posizione, fino a rimanere vittima dei suoi stessi intrighi.
Saraceno confessa di aver scelto la forma del romanzo per analizzare il tema della paura, «per la mia antica passione per la scrittura, che mi ha portato da sempre a scrivere poesie e racconti, e per combattere la noia durante il lockdown». Il punto, aggiunge Saracaneo, è che se nella psicoterapia la paura rimane ai margini del ragionamento, è perché «viene ritenuta banale, qualcosa che sperimentiamo quotidianamente». «Ma in fondo aggiunge - il vero motore delle azioni malvage, grandi o piccole, è proprio un sentimento semplice come la paura di perdere qualcosa: potere, privilegi, denaro, amore. Nel romanzo la paura del protagonista motiva un omicidio, ma anche gli altri personaggi manifestano le loro paure, che si trasformano in piccole cattiverie, invidie, discredito».
Se il racconto dipinge con ironia l’ambiente diplomatico internazionale in cui lo stesso autore ha operato, è perché «vi sono almeno tre livelli di lettura: il primo è legato alla comicità del politically correct, quel linguaggio della diplomazia che dice e non dice, e di tanti rituali un po’ vuoti. Il secondo dà conto della lotta di potere all’interno dell’istituzione, che accomuna tutti i personaggi. Infine c’è l’orgoglio di aver lavorato per questa grande organizzazione, che nonostante le piccinerie degli esseri umani di cui è composta riesce a occuparsi davvero della salute dell’umanità».
In quanto alla natura della paura, che sembra muovere le azioni, il personaggio di Krause a un certo punto della narrazione afferma: “Quel che però mi dà più angoscia e paura è ciò che sto per fare”. La paura dunque è motore e non agente paralizzante? «È entrambe le cose - risponde Saraceno -. Krause uccide, e quindi agisce, per paura, ma poi la paura lo paralizza. Malgrado l’intervento di una psicanalista, che cerca di farlo ragionare attraverso la psicoterapia, e di un pastore luterano, che opera un tentativo di salvazione, lui non riesce più a fermare ciò che ha messo in moto». Del resto il personaggio è «è affascinante, intelligente, ironico e malvagio. È ambiguo, come la maggior parte di noi, capace di azioni nobili ed esecrabili».