L’analisi della psicologa: «La separazione della coppia è uno dei momenti critici, l’allerta deve essere totale»
CODROIPO. «Le fasi di una separazione, per una donna all’interno di una coppia, possono essere i momenti più delicati. L’allerta deve essere massima».
La dottoressa Lucia Beltramini, psicologa e psicoterapeuta, docente all’università di Trieste (corso sulla violenza su donne e minori) e consigliera dell’Ordine degli psicologi del Fvg, commenta, con tanta amarezza e dolore, l’ennesimo femminicidio. «L’impatto di questi drammi - dice - è devastante per la società, per le famiglie coinvolte, per i bambini che restano. È una questione che dovrebbe interessare tutto e tutti».
Dottoressa Beltramini, sembra che si ripeta sempre il medesimo copione. Ma davvero sono omicidi che non possiamo fermare?
«Si presentano caratteristiche simili che accomunano i femminicidi. Delitti che in qualche misura si potrebbero prevenire. Bisogna scandagliare gli eventuali episodi precedenti di violenza o comunque di comportamento di possesso dell’uomo nei confronti della donna».
Quella di Codroipo è da tutti descritta come una famiglia perfetta, senza ombre. Come è possibile che sia accaduto proprio in quell’ambiente?
«La narrazione di chi sta fuori, per questo come per altri casi, dovrebbe essere riletta, altrimenti rischiamo di dare una lettura fuorviante della vicenda. Non sappiamo le vere dinamiche di questa coppia. E non dovremmo usare i termini “raptus”, “gelosia”. Il problema è quello di andare a cercare le motivazioni profonde che sono alla base del gesto. Qui, alla fine, c’è stata solo volontà di imporre il controllo sulla partner. E spesso si tratta di atti premeditati».
Prima che avvenga l’irreparabile, quali sono i segnali che non devono essere sottovalutati?
«I campanelli d’allarme riguardano un partner particolarmente “controllante”, possessivo, che dice dove la compagna o moglie deve andare e con chi, che le dice cosa può fare e non fare, che tende a isolarla dagli amici o dalla sua stessa famiglia di origine. La separazione, poi è un momento delicato per la coppia, finisce una parte importante della propria vita. Paradossalmente anche una gravidanza può rappresentare un momento delicato per la coppia, alcune forme di violenza cominciano proprio in quei mesi. Quello che è sicuro è che in una relazione non è accettabile il controllo ossessivo sull’altro, non deve passare questo concetto. La vera tragedia è quando un uomo si sente in diritto di mettere fine a una vita».
Alla base dei femminicidi ci sono ragioni culturali, lo ripetiamo spesso. Ma il concetto vale sempre?
«È un fenomeno che ha radici culturali, è vero. In Italia viene uccisa una donna ogni due o tre giorni. Certo, in determinate condizioni di marginalità o disagio, ci attendiamo più facilmente casi di violenze. Invece sono fatti che accadono in senso trasversale, anche nei contesti dove ce lo aspetteremmo meno, come è avvenuto a Codroipo, in una famiglia “insospettabile”».
Una donna cosa può fare se si sente in pericolo?
«Gli strumenti di legge esistono, bisogna mettere sotto protezione le donne che rischiano di subire violenze o di essere ammazzate, invece spesso manca il passaggio della protezione a seguito di una denuncia. La richiesta d’aiuto, per una donna, non è facile. Il sommerso è tantissimo, le donne che vanno al centro antiviolenza sono un piccolo numero rispetto al disagio complessivo».
Lei si occupa di prevenzione nelle scuole. C’è speranza che le cose cambino in meglio, in futuro?
«Vedo tanta attenzione, tra i giovani, sui temi del rispetto e della violenza. L’attività educativa deve essere forte anche con i maschi, coinvolgendoli, facendoli sentire “alleati”, responsabilizzandoli. La parità tra i sessi deve diventare un loro problema, questo ci auguriamo che possa produrre un cambiamento. Negli ultimi anni c’è più consapevolezza, fino a poco tempo fa tanti non conoscevano nemmeno la parola femminicidio».