Accusato di avere ucciso la suocera a Malavicina, il pm: ci fu crudeltà, merita l’ergastolo
Carcere a vita: è questa la condanna chiesta dal pubblico ministero Giulio Tamburini nei confronti di Enrico Zenatti, 55 anni, l’uomo che avrebbe ammazzato la suocera il 9 dicembre 2021 sgozzandola e scalpandola.
La requisitoria di Tamburini non ha lasciato nulla al caso. Precisa come un orologio svizzero, proprio perché si è avvalsa di una ricostruzione che spacca il secondo, quella fornita dai carabinieri del nucleo investigativa di Mantova coordinato dal capitano Claudio Zanon. Il pubblico ministero, sfruttando gli orari di quella infernale giornata ha messo letteralmente con le spalle al muro Zenatti.
L’uomo è accusato di omicidio pluriaggravato, con l’aggravante della crudeltà, legata al fatto di aver infierito sul corpo della vittima. Secondo il pubblico ministero, l’imputato non avrebbe scampo. In mattinata la difesa ha tentato di opporsi all’aggravante della crudeltà, che è quella che apre le porte all’ergastolo, ma il tribunale l’ha respinta.
Per tutta la durata del processo l’imputato è rimasto indifferente, tanto da far dire al pubblico ministero: «Mi aspettavo anche una minima reazione, che non c’è stata».
In effetti, Zenatti non si è lasciato andare ad alcuna reazione o smorfia. Il 16 marzo prossimo toccherà alla difesa cercare di togliere dalle secche di una condanna devastante il 55enne, che è stato incastrato dalle telecamere. I suoi movimenti di quel giorno, infatti, sono stati ricostruiti attraverso i video e le immagini registrate da dispositivi pubblici e privati.
Anna Turina, 77 anni, è stata sgozzata nella sua abitazione di Malavicina il 9 dicembre di due anni fa. La donna era morta per dissanguamento.
La moglie dell’imputato, Mara Savoia, che ora abita con la figlia dal fratello Paolo, aveva confermato che il marito era stata l’unica persona a rimanere da sola in casa con la madre in attesa dei soccorsi e che l’uomo aveva più volte invitato i parenti a uscire per chiamare i soccorsi. Una circostanza, quest’ultima, sulla quale il pubblico ministero Giulio Tamburini aveva insistito molto, in quanto confermata dagli orari cristallizzati dai carabinieri e dalle testimonianze della moglie e del fratello.
Più volte l’uomo ha definito l’accaduto come «un’immane tragedia». La consulente della difesa ha preso in esame, ad una ad una, tutte le ferite inferte alla vittima. Quelle alla testa, scalpamento compreso, secondo la perizia di parte sarebbero conseguenza della sua caduta dalle scale, dalle quali sarebbe risalita con non poca fatica. Ma nell’udienza di ieri, particolarmente affollata, il pubblico ministero, ha dimostrato come uno scalino non possa provocare ferite così profonde al cranio.
In realtà, secondo l’accusa, Zenatti avrebbe infilato un grosso coltello da cucina nella gola della suocera, causandone la morte. Secondo la consulente della difesa, invece, l’avrebbe uccisa un’altra persona.
Tesi difficile da sostenere dal momento che, sulla base dei filmati, Zenatti è stato visto uscire dalla casa della suocera alle 15.29. Un minuto dopo qualcuno sarebbe entrato in quella casa, ma Zenatti aveva risposto di non saperne nulla.
Ma come può - gli aveva contestato il pm - non aver visto entrare in casa della suocera nessuno, visto che si trovava davanti alla sua abitazione?
C’è poi il particolare dei soldi. Zenatti, senza dire nulla alla moglie, avrebbe prelevato dalla sua cassaforte 15mila euro in contanti per portarli in un sacchetto del pane alla suocera. Era denaro che doveva servire per un acconto sull’acquisto della casa del figlio a Povegliano.
Il figlio, sentito, non ha mai parlato di 15mila euro in contanti da dare come acconto all’impresa che doveva costruire l’appartamento, ma ha invece parlato di un assegno, che non è mai stato compilato.
La somma fu portata alla suocera da Zenatti e messa sul tavolo, ma non è stata usata, anzi, si era simulato un furto. La prossima udienza il 16 marzo.