Uccise la compagna con 19 coltellate, Forciniti ora lavora e punta allo sconto di pena: inizia il processo d’appello
PORDENONE. Lascerà il carcere Due Palazzi di Padova per tornare davanti ai magistrati e ai giudici laici che dovranno esaminare nuovamente quegli istanti di «rabbia cieca», come l’hanno definita la Corte d’assise in primo grado, che hanno decretato la morte di una giovane mamma, Aurelia Laurenti.
Il padre dei suoi figli, Giuseppe Mario Forciniti, 35 anni, fino a quel momento infermiere, l’ha uccisa con 19 coltellate nella villetta dove vivevano, a Roveredo in Piano. Era il 25 novembre 2020, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Venerdì 24 febbraio, a Trieste, si svolgerà l’udienza di fronte alla Corte d’assise d’appello, il secondo grado di giudizio dopo la condanna a 24 anni per omicidio. Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo, i giudici hanno riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante del rapporto di convivenza.
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Una sentenza di fronte alla quale l’accusa ha le mani legate: essendo già stata riconosciuta l’aggravante del rapporto di convivenza, il pubblico ministero non ha potuto ricorrere in appello. Non ha ritenuto utile farlo, ai fini della provvisionale, neppure il difensore delle parti civili, l’avvocato Antonio Malattia, concentrato nei tanti aspetti legali derivanti dalla morte violenta e inaspettata della giovane mamma.
E così l’unico ricorso presentato è stato quello dell’avvocato dell’ex infermiere, Ernesto De Toni. Il penalista si è concentrato su un aspetto tecnico, ma fondamentale ai fini della rideterminazione della pena: il riconoscimento della provocazione da fatto ingiusto.
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Forciniti aveva spiegato ai giudici di primo grado di aver tentato di disarmare la compagna che gli avrebbe puntato contro il coltello. Dopo una prima pugnalata accidentale, i ricordi svaniscono. Ma secondo la Corte d’assise Forciniti era cosciente durante tutte le fasi dell’omicidio: niente legittima difesa, né eccesso colposo di difesa, né l’attenuante di aver agito nello stato d’ira determinato da fatto ingiusto altrui.
Proprio su questo aspetto si concentra il ricorso in appello: un fattore che “vale” tre anni.
Consapevolezze che Forciniti, che si è iscritto all’università e studia giurisprudenza, porta con sé nei 190 chilometri che separano il Due palazzi di Padova dal tribunale di Trieste. Allo studio alterna al lavoro nella cooperativa che gestisce le prenotazioni delle prestazioni sanitarie e dove lui porta le competenze accumulate in tanti anni come infermiere. Un lavoro per il quale viene pagato: il compenso è destinato ai figli. —
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