Possanzini si prende il Mantova: «Primo focus: dare un’identità»
A Brescia lo chiamavano Re David, a Mantova sperano di incoronarlo duca. Lui, Davide Possanzini, per ora vola basso. Meglio essere popolani prima di ricevere corone, soprattutto quando si approda in una piazza che lo accoglie da esordiente e che arriva da una retrocessione che a distanza di mesi non ha smesso di bruciare.
Mister Possanzini, come è nato il contatto con il Mantova?
«In tempi non sospetti, nel senso che ho accettato di venire qui quando ancora non si sapeva la categoria. Ho conosciuto il dt Botturi, mi ha coinvolto con il suo entusiasmo ed eccomi qua. Per me è una grandissima opportunità, lo sarebbe stata anche in D. Abbiamo la fortuna di poterci giocare la C. Un privilegio visto che sul campo non abbiamo meritato questa categoria».
Per lei anni formativi di spessore con Roberto De Zerbi. Che cosa le ha trasmesso?
«È stata un’esperienza bellissima e al tempo stesso faticosa. Dalla serie C abbiamo scalato le categorie fino alla Champions. Un percorso straordinario con momenti anche difficili. Mi ha permesso di vedere le cose da una prospettiva diversa, un passo indietro rispetto alla figura dell’allenatore. L’obiettivo di adesso è riuscire a lavorare con la stessa tranquillità che si viveva nello staff di Roberto. Avrei potuto proseguire con lui, ma avevo voglia di qualcosa di diverso, di più responsabilizzante».
Quale sarà il primo obiettivo del suo Mantova?
«Prima di tutto voglio rispolverare la storia di questo club per ridare importanza alla piazza. Per questo voglio una squadra che sia riconoscibile, che abbia un’identità. La volontà è creare qualcosa di bello che possa far immedesimare i tifosi».
Da attaccante a mister. Chiaro che avrà un occhio sulla fase offensiva, ma lo scorso anno siamo retrocessi per le lacune in fase di non possesso...
«Al di là dei discorsi tattici, credo che ci voglia equilibrio. Poi è chiaro, bisogna anche capirci su cosa vuol dire equilibrio, perché le partite si possono anche vincere segnando un gol più degli altri. Detto questo, la mia idea è dare un gioco, avere un gruppo con mentalità propositiva, per fare la partita e non subirla. Una cosa è certa: giocheremo sempre per vincere, non per non perdere».
Un passo indietro. Il Mantova lo ha affrontato parecchie volte. Ricordi?
«Penso alle legnate che si prendevano quando si incontravano Cioffi e Notari (ride, ndr). Quello che però ricordo bene era che quando si affrontava i biancorossi c’era massimo rispetto, perché la squadra era espressione di una struttura solida, forte e riconoscibile. Quello che vorrei per il mio Mantova».
Quali sono i suoi modelli?
«Ho avuto presidenti come Zamparini, Corioni, Cellino... li ringrazio perché ho avuto modo di conoscere tanti allenatori grazie a loro (sorride, ndr). Ogni mister mi ha lasciato qualcosa, se devo dire dei nomi dico Zeman per la sua integrità morale, Mario Somma per le idee tattiche e John Toshack che mi ha aperto un mondo con i suoi metodi».
Mercato nel club. Che Mantova vedremo?
«Sono convinto che la proprietà e il direttore troveranno gli uomini giusti. Saremo un buon mix tra gente di esperienza che vuole riscattarsi e giovani forti».
In tema di riscatti, come ha trovato Monachello?
«Al massimo della carica, tanto che gli ho detto di stare calmo. Ha vissuto un anno difficile, ora dovrà essere bravo a rialzarsi. Sarà un componente importante del gruppo, così come Mensah e Panizzi».
Dieci minuti al fischio d’inizio: che Possanzini troveranno i giocatori nello spogliatoio?
«Giuro che non lo so, nel senso che io quando chiudo la porta dello spogliatoio mi lascio guidare dalle emozioni. Perché voglio trasmettere quello che sono ai giocatori, senza essere professore».
E ai tifosi che cosa dice?
«Di starci vicino, di venire allo stadio e di farlo in tanti. Insieme possiamo fare grandi bene».