Arturo Brachetti si racconta a San Giorgio: «Surfing sfiorando l’umanità per far divertire il pubblico»
SAN GIORGIO CANAVESE
Et voilà Arturo Brachetti, star di livello internazionale, ad oggi ritenuto il più importante interprete del trasformismo teatrale a livello mondiale, atteso domenica 16 luglio, alle 21 nel parco del castello di San Giorgio Canavese, per un talk show ricco di sorprese, attraverso un dialogo diretto con gli spettatori, accetta di raccontarsi in anteprima alla Sentinella. Un dialogo dove subito traspare la sua grande empatia. Una voce profonda, che incanta. Una narrazione sincera.
Nato a Torino, città magica per eccellenza, nel 1957, Arturo Brachetti ha cominciato la sua carriera a Parigi poco più che ventenne. Da qui in poi la sua carriera è stata inarrestabile, in un crescendo continuo che lo ha affermato come uno degli artisti italiani di livello internazionale, ma con il cuore sempre a Torino, dove vive tra uno spettacolo e l’altro. Tra i numerosi riconoscimenti artistici ricevuti nella sua carriera figurano il premio Molière e il Laurence Olivier Award. Nel 2011 diviene Chevalier des Arts et des Lettres su iniziative del Ministero della cultura francese, mentre nel 2014 viene insignito del titolo di commendatore dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Arturo racconta Brachetti. Da dove si comincia?
«Dalla mia giovinezza, che ha radici canavesane: mi ritengo infatti un frutto genetico del Basso e dell’Alto Canavese. Ricordo mio nonno che mangiava polenta e latte, un piatto che io adoro e che chiedo spesso al ristorante, suscitando curiosità. Ero un ragazzo timido, nato negli anni sessanta, che viveva in una Torino grigia e che sognava a colori. E che per difendersi da questa tristezza, giocava. La svolta avvenne quando i miei genitori mi iscrissero al collegio dei Salesiani. Lì ebbi la fortuna di avere tra i miei insegnanti don Silvio Mantelli (conosciuto con il nome d’arte Mago Sales, ndr) che mi ha trasmesso la passione e le capacità nell’arte dell’illusionismo, cambiandomi la vita ed insegnandomi ad affrontare il palcoscenico. Poi sono arrivate le prime trasformazioni e lo spettacolo come mestiere. Io sul palco porto la magia. Che esiste, perché l’abbiamo inventata noi uomini. L’illusione ci aiuta a vivere. E Facebook è il più grande esempio di illusione, dove mettiamo in scena realtà che non esistono. La verità immaginata è quella che ci rende più felici».
Da ambasciatore delle eccellenze di Torino nel mondo, nominato di recente dal sindaco Stefano Lo Russo, se dovesse raccontare una peculiarità del Canavese, una storia che l'affascina, lei che è originario di Corio, quale sarebbe?
«Il Canavese lo conosco bene: i miei nonni erano rispettivamente di Corio Canavese e di Front. Uno di loro era un contadino, l’altro era un dipendente delle Regie Poste. Radici a cui sono molto legato, come anche alla lingua piemontese, che, come quello delle altre regioni italiane, va difesa, perché racconta di noi. Perché è una forma di cultura che ci aiuta a ritrovare il dna. Il Canavese è seduto su un tesoro fatto di stupendi paesaggi, di un ricco patrimonio architettonico, storia e di cultura. E,oltre ai monumenti, anche di tradizioni, buona cucina, linguaggio. Ogni sforzo fatto per valorizzarlo quindi è positivo, attraverso uno scambio di culture e conoscenze, attraverso il viaggio, come fa per l’appunto il festival della Reciprocità».
L’erede di Fregoli, attore, sceneggiatore, illusionista, l’uomo dai mille volti, ammantato di magia. Nella sua commedia I Massibili, interpreta 33 ruoli diversi; in Brachetti in Technicolor arriva a 40; e nel suo L'uomo dai 1000 volti, interpreta 80 personaggi, con 100 cambi d'abito. In alcuni dei suoi pezzi più brevi (inclusi Aida, Carmen, Madama Butterfly, Il Saloon del West e The Diva's Dressing Room) canta e recita tutti i ruoli, anche con scene di interazione e di dialogo tra i vari personaggi. Ma Arturo chi è veramente?
«È un quindicenne imprigionato nel corpo di un sessantacinquenne, dove il gioco, la spensieratezza, però non sono fini a loro stesse, non è irresponsabilità, ma è gioia, trasformazione, perché capace di produrre invenzione: nel mio caso teatrale. E curiosità. Io sono quello che la mia casa di Torino esprime: un gioco di specchi che si animano, due stanze con un passaggio segreto, un muro che si sposta. Attraverso i miei personaggi, che non sono mai profondi, e che non mi sconvolgono, io faccio surfing sull’umanità sfiorandola per far divertire il pubblico».