Il nonno disperato: «La mia Elisa non avrebbe dovuto restare da sola»
VOGHERA. «Aveva tanto desiderato questo bambino. Ma da un mese e mezzo non era più lei. Aveva paura a stare a casa da sola, non riusciva più a guidare l’auto, faceva fatica a dormire. Eravamo andati da un dottore, era in cura». Marco Roveda, il nonno materno del bambino, arriva in bici davanti a casa di sua figlia Elisa, un appartamento al secondo piano del condominio di strada Mezzana, dove la periferia di Voghera si perde nei campi. Ha gli occhi arrossati dal pianto e fatica a trovare le parole, perché i pensieri sono troppo pesanti. Prova a riannodarli, a metterli infila, ma non si dà pace: «Mia figlia non doveva restare da sola, se solo mi avessero avvisato sarei andato io a casa sua».
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La tragedia
Elisa, la madre del piccolo Luca, da settimane da sola non restava quasi mai. Ieri mattina è bastata un’ora, forse meno, per precipitare nel baratro. Il marito Maurizio Baiardi, autotrasportatore a Tortona, è uscito verso le 7.30.
Il bambino aveva mangiato da poco. Poi il buio. «Mio genero è andato a lavorare – racconta il nonno –. Era molto attento a non lasciare mai la moglie da sola, me lo diceva lei stesso, quando lo vedevo alla sera passare in piazza Meardi, mentre io ero al bar, di rientro dal lavoro. Ma sarebbe arrivata la mia ex moglie, la nonna del bambino, nel giro di poco tempo. È stata lei a dare l’allarme».
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Il nonno del bambino e la nonna, Angela Culacciati, sono separati da 20 anni. «Non ci sentivamo mai ma da mia figlia, a trovare mio nipote, andavo spesso – dice il nonno –. Ho visto il bambino il primo di luglio: era bellissimo come sempre, un bambino così allegro, rendeva felice tutta la famiglia».
«Una famiglia normale»
La mamma e il papà di Luca, sposati dal 2017 ma conviventi da molto prima, avevano desiderato tanto il bambino e dopo avere superato diversi ostacoli erano diventati genitori. Una famiglia felice. Lei, impiegata part-time nello studio di un commercialista in corso Rosselli, era tornata al lavoro dopo il parto, ma da due mesi era a casa, in malattia. «Mai avuto problemi in vita sua, ma da un po’ di tempo stava attraversando una fase di depressione molto pesante – dice il padre –. Ha sempre fatto una vita normale». Chi la conosce la definisce «una persona tranquilla, forse anche troppo», con poche relazioni e una esistenza riservata, condotta tra il lavoro e la gestione della casa.
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La diagnosi
Dopo la nascita del bambino è scattato qualcosa. Depressione post-partum, la diagnosi dei medici che avevano visitato la donna e che lei curava con farmaci specifici. «Il dottore ci ha detto che era un forte esaurimento, legato proprio alla maternità – aggiunge il nonno del bambino –. Se c’erano stati segnali? Non che potesse succedere qualcosa del genere, ma a volte sembrava come se mia figlia sentisse il peso dell’essere madre. Mai si poteva immaginare che potesse fare del male a suo figlio, ma nonostante questo non la lasciavamo mai da sola. Io sarei venuto subito, se mi avessero avvisato. Invece l’ho saputo dalla tv: parlavano di una donna di 44 anni, ho subito immaginato che potesse essere mia figlia. Ho chiamato mio genero, ma non rispondeva».