Legna da ardere, un vero salasso: negli ultimi anni prezzi triplicati
L’arrivo del freddo in provincia ha costretto i bellunesi a riaccendere stufe, termosifoni e quant’altro hanno a disposizione per poter superare i rigori dell’inverno.
Dopo l’aumento dei prezzi del gas dello scorso anno, molti cittadini hanno deciso di ricorrere ad altre materie prime per potersi scaldare. Chi ha optato per la stufa a legna, chi per quella a pellet e chi ha preferito ricorrere alla cisterna di Gpl. Insomma, la caccia alle forme di riscaldamento più economiche è partita.
E sono in molti ad aver deciso di tornare all’utilizzo della legna da ardere. Anche se la sua economicità non è così elevata. Anzi. Quest’anno si parla di un aumento del 200% -300% rispetto a qualche anno fa.
Costo triplicato
Il costo al quintale quest’anno varia dai 24 ai 28 euro in provincia. «Fino a qualche anno fa si parlava di 9 euro al quintale», dicono dalla segheria Hofer di Valle di Cadore. Segheria che, proprio per contenere i costi, quest’anno ha deciso di acquistare all’estero la legna da vendere.
«Abbiamo deciso di comprare anche noi la legna da ardere», ci racconta il titolare Pietro Hofer. «Solitamente abbiamo dei boschi in Veneto e Friuli da cui ci riforniamo, ma quest’anno il costo dei tronchi che poi avremmo dovuto tagliare ed essicare era improponibile, così abbiamo dovuto comprarla da un rivenditore locale che si serve nei paesi dell’est Europa».
Il titolare racconta che «qualche anno fa un quintale di legna costava 9 euro. Poi l’aumento del prezzo del gas ha fatto lievitare il prezzo della legna. Prima siamo passati a 18 euro circa al quintale e ora siamo a 24-25 euro. Quest’anno vendiamo un bancale di legna, circa 10 quintali, a 280 euro, mentre l’anno scorso un bancale valeva 300 e in alcuni casi anche 400 euro. In questo modo siamo riusciti a tenere il prezzo che avevamo fissato qualche mese fa».
Il tipo di legna
Esistono prezzi leggermente diversi a seconda del tipo di legna che si vuole acquistare. «Il larice e l’abete sono resinosi e non hanno grande potere calorico, così si possono vendere a 18 euro al quintale, mentre la legna migliore per scaldare a lungo sono carpino e faggio che vendiamo sui 25 euro al quintale», dice Thomas Bianchet titolare dell’impresa boschiva Agriforest di Belluno. «Chi acquista circa 30 quintali l’anno, che è una quantità media per una famiglia, può spendere sui 750 euro al costo attuale», precisa Bianchet che aggiunge: «Oltre allo zoccolo duro della clientela che ogni anno ci chiama, devo ammettere che c’è un turn over annuale. Molti passano alla legna per risparmiare».
Il danno ai venditori
A lamentare aumenti elevati della legna da ardere negli ultimi anni è anche Dino De Zolt Lisabetta di San Pietro di Cadore, che gestisce l’omonima azienda scavi dal 1983.
«Nel 2021 in media la legna da ardere al bancale costava dai 160 ai 180 euro, per poi salire a 290-320 euro l’anno scorso, anno in cui ci sono stati i problemi nei rifornimenti del gas per la guerra in Ucraina. Vista la situazione, molti paesi dell’Est – da dove perlopiù arriva il legname – hanno bloccato l’esportazione, mandando in difficoltà noi venditori. Per quelli come me che fanno commercializzazione di legna da ardere il danno non è stato indifferente visto che ho perso metà giro di affari sia per la legna da ardere che per il pellet».
«Quest’anno», prosegue De Zolt Lisabetta, «per fortuna va un po’ meglio, il costo a bancale è di 270 euro per la legna migliore come carpino e faggio. A oggi registro una perdita del 20% rispetto agli anni precedenti, anche perché la gente ha iniziato a consumare meno e a utilizzare legnami diversi inserendo una certa quantità anche di larice che è più resinoso ma ha meno potere calorico».
E poi l’imprenditore aggiunge: «Fino a qualche anno fa il legname proveniva dall’Austria, poi si è passati ai rifornimenti dall’Est Europa, ma da quest’anno registriamo un ritorno all’Austria, nella zona più vicina a noi, e anche al legname italiano».
«Il problema è che abbiamo perso la prima lavorazione del legno», sottolinea Marta Poletti, responsabile delle categorie dell’Appia, «non ci sono più segherie ed è una cosa di cui dobbiamo riappropriarci per poter gestire anche il bosco in maniera adeguata. Questa situazione è peggiorata dopo Vaia quando la maggior parte della legna è stata venduta all’estero».