I carabinieri riprendono la stazione di Ivrea: i ragazzi delle risse sono i figli dei Cas
IVREA. Non è servito il lanciafiamme, per riprendere la stazione di Ivrea, come chiedevano alcuni commentatori sui social network. È stato sufficiente il lavoro di carabinieri e polizia, come è d’uso nelle democrazie, con il capitano Manuel Grasso impegnato spesso in prima persona nei controlli. Identificazioni a tappeto, arresti, quando serve, come nel caso del tunisino che ha accoltellato il cane e il padrone. I malintenzionati sono tornati a casa o hanno cambiato intenzioni. I carabinieri hanno persino chiamato i genitori dei ragazzi italiani che si addensavano intorno al gruppo di tunisini per dirgli di venire a riprenderseli e portarli a casa. Ha funzionato, per il momento: poi alla risposta emergenziale, ne dovrà seguire una strutturale, politica.
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Cresciuti nei Cas
Per capire quale sia la risposta, dobbiamo chiederci: chi sono questi ragazzi tunisini? Sono i figli dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, gestiti da cooperative con risorse ormai ridotte al lumicino. I ragazzi identificati arrivano da Brosso, Chiaverano, Loranzé, ma anche da Chivasso e Torino. Alcuni, soprattutto i minori, vivono nei Cas, altri diventati maggiorenni, vivono in strada. La stazione di Ivrea era diventata il loro punto di bivacco, prima dal lato Movicentro poi da quello di corso Nigra, dove tra sabato e martedì hanno travalicato ogni limite, tanto che tutta la clientela del bar della stazione era sparita. Elena Gianotti è un’operatrice legale della cooperativa Città a colori, che spesso collabora anche con lo sportello Elp che si trova allo Zac e si occupa proprio dell’inserimento lavorativo per molti migranti.
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«Sono un po’ difficili da gestire alcuni ragazzi tunisini - racconta -. Infatti cambiano anche più strutture. Sono agevolati nel fare amicizia con i loro coetanei italiani dalla lingua. Hanno magari il mito dei soldi facili e degli atteggiamenti da gang. Non dobbiamo dimenticare, però, che sono qui con una responsabilità molto forte verso i loro genitori, da cui ricevono pressione per avere soldi. Il problema è che se non fanno richiesta, il loro permesso di soggiorno scade a 18 anni e una volta perso, diventa difficilissimo riaverlo. Si trovano ad essere irregolari, senza casa, impossibilitati a un inserimento lavorativo, senza residenza e dunque senza tutta una serie di servizi che vanno dal medico alla possibilità di fare un Isee. Poi se hanno un permesso di soggiorno “casi speciali”, che una volta era chiamato umanitario, questo per legge non è più convertibile in permesso per lavoro. È sempre un cane che si morde la coda».
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Consigliati male
Laura Martinelli, invece, è un’avvocata dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che si occupa quotidianamente di queste tematiche e oggi, alle 18, sarà allo Zac per parlare di migrazioni legate ai cambiamenti climatici. «Il problema è che gli strumenti giuridici per permettere a questi ragazzi di avere un documento che gli consenta un inserimento lavorativo - spiega - ci sarebbero, ma sono spesso mal consigliati e male indirizzati. Prima del compimento dei 18 anni si può chiedere un prosieguo amministrativo del permesso che li coprirebbe fino a 21 anni. Trovando un lavoro, poi, potrebbero chiedere il permesso ad hoc. Invece sul diritto d’asilo i tunisini hanno scarse possibilità in Commissione, anche se comunque bisogna valutare la storia personale di ognuno».
Senza servizi
La normativa sull’immigrazione cambia continuamente, con ogni governo. Nel 2023, ad esempio, è stato deciso che i minori non accompagnati potessero essere ospitati nei Cas, proprio come gli adulti. «In precedenza - spiega ancora Martinelli - erano ospitati solo in centri per minori non accompagnati, ma ora, se non ci sono posti nelle comunità, i minori possono stare in Cas per adulti. Così molti finiscono dove ci sono operatori che non hanno mai avuto a che fare con minori non accompagnati e non sanno che fare anche da un punto di vista legale. Inoltre non hanno servizi di accompagnamento alla scuola e altri, che invece ci sono nei centri per minori non accompagnati che funzionano. In realtà ci sono sempre meno risorse e tutti i servizi per l’immigrazione sono sempre più scadenti. A Torino abbiamo uno dei migliori uffici d’Italia, ma è oberato di lavoro».
In mezzo a questo marasma, tuttavia, esistono anche delle storie edificanti, di persone arrivate in Italia senza niente in mano, che sono riuscite a costruire qualcosa. «Abbiamo tanti esempi di persone che sono inserite in società - spiega ancora Gianotti -, che sono diventate capi d’azienda. Però sono invisibili perché non rientrano nella categoria del “nordafricano” o del “marocchino” a cui siamo abituati».