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Eurodeputati del PD, a Bruxelles sembrano marziani

Mettetevi nei loro panni. Si sono ritrovati davanti Elly, la segretaria marziana. Sembra atterrata al Nazareno come il Kunt di Ennio Flaiano su Villa Borghese, a bordo di un’astronave. Per sopravvivere nell’austera Bruxelles, pure gli eurodeputati del Pd sono diventati extraterrestri. L’ultima dimostrazione è il voto sul riarmo in Ucraina: partito spaccato, in disaccordo con i socialisti. Bellicisti contro pacifinti. Uno psicodramma. Ma nei mesi precedenti, i 21 valorosi s’erano spesso distinti per imprese più lunari di quelle del mefistofelico Elon Musk, l’odiatissimo che vuole sbarcare su Marte.

Ovvio: la compagnia è malassortita. Un manipolo scelto per portar voti e allontanare i cacicchi. Del resto, il voto dello scorso giugno era decisivo per le sorti della segretaria. I fedelissimi restano sconosciuti adesso, figurarsi allora. Meglio, quindi, puntare sull’usato sicuro. I potentoni locali, soprattutto: come Stefano Bonaccini, già governatore dell’Emilia-Romagna e Antonio Decaro, ex sindaco di Bari. Poi, qualche vecchia gloria giornalistica: Lucia Annunciata, Marco Tarquinio, Sandro Ruotolo. Infine i riconfermati, non certo ortodossi: a partire da Pina Picierno, diventata poi vicepresidente dell’europarlamento. È ora la capofila della fronda riformista anti Elly, che ha votato appunto il piano sul riarmo: «Inutile girarci intorno. Siamo in fibrillazione» avverte. «Ci sono dei problemi con il posizionamento europeo del Pd». Assieme a lei, altri nove deputati hanno sconfessato la linea della segretaria. Già, ma quale sarebbe esattamente?

Se Elly vagola a Roma, figurarsi a Bruxelles. Così, mentre l’Europa vive l’ora più buia, i baldi Dem arrancano. I problemi sono ciclopici, dalla guerra in Ucraina ai dazi trumpiani, eppure molti sembrano cimentarsi nel residuale. Sapete, per esempio, qual è l’interrogazione che hanno firmato tutti, dal primo all’ultimo? Il procurato allarme democratico per la perquisizione a un cronista di un giornale locale. Argomento che ci trova solidali, per carità. Ma che non sembrerebbe determinante per la malmessa Unione.

Pure quando qualcuno si avventura nel decisivo, risulta più stralunato del marziano flaianeo. A partire da Brando Benifei, il capodelegazione. Lo scorso 10 marzo interviene in aula sulla supposta sburocratizzazione per le imprese del pacchetto Ominibus. L’intento pare fumosetto, ma comunque meritorio. Invece, l’eurodepuato assalta: «Onorevoli colleghi, semplificare serve, deregolamentare no». L’Europa è ormai stritolata da regolamenti e normative? Chissenefrega. «Non siamo disponibili a buttare a mare il modello sociale» chiarisce Benifei. Considera il progetto annunciato dalla presidente della commissione, Ursula von der Leyen, «un attacco ai progressi della scorsa legislatura su sostenibilità sociale e ambientale». Progressi che hanno decretato il coma irreversibile della nostra industria automobilistica, travolta dalla deleteria ossessione per l’elettrico.

La più autentica interprete dell’intransigenza ambientale schleineiana resta però Annalisa Corrado, responsabile per la conversione ecologica del Pd. Mentre viene conclamato il disastro economico del Green deal, lei rilancia. Lo scorso 20 gennaio, per esempio, prende la parola. Esorta l’assise a intervenire sul riscaldamento globale, visto che «persino in quest’aula siede chi cerca di nascondere e ridicolizzare in ogni modo queste evidenze». Altro che guerre e recessione. «Questa è la sfida più importante che l’umanità abbia mai affrontato. Quando inizieremo a trattarla come tale?». Tanto che Corrado, il 21 gennaio 2025, chiede persino di istituire la «giornata europea del risparmio energetico». Ma Corrado è multitasking, ovviamente. Il seguente 6 marzo, è dunque l’unica italiana a presentare l’ennesima interrogazione su Musk. Chiede di «impedire l’utilizzo di Starlink a scopo di ricatto contro l’Europa». Finalmente, pure lei è atterrata su Kiev. Il problema, però, non è tanto il conflitto. Ma le pressioni della società di comunicazione muskiana «sul presidente Zelensky e farlo allineare alle richieste statunitensi».

Il 13 gennaio scorso, 18 deputati piddini tornano alla carica con un’altra interrogazione: «L’impatto di Starlink sul mercato europeo dei servizi Internet via satellite». Svolgimento: «Come pensa la commissione di frenare le trattative tra i singoli stati e la società dell’imprenditore americano sulla fornitura di servizi internet via satellite?». Lo stesso giorno le sentinelle Dem, da Picierno a Bonaccini, depositano un’ulteriore interpellanza sulle supposte brame di Starlink sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Urge salvaguardare la «sovranità digitale». Insomma, quando c’è di mezzo quel losco figuro, i socialisti tricolore diventano più nazionalisti dei Patrioti di Victor Orbán.

Il multimiliardario americano, ormai nemico giurato dell’internazionale socialista, è un’ossessione. Il 26 novembre 2024 alcuni eurodeputati Dem, assieme ad alcuni colleghi del gruppo socialista, depositano una interrogazione su «conflitti di interessi e ingerenze politiche da parte di Musk». Arrivano a chiedere se «l’attuale legislazione è sufficiente» per difendere la democrazia dalle grinfie di Elon. In un altro atto, le sentinelle rosse si chiedono: non è il caso di avviare «un procedimento in merito alla modifica algoritmica su X», che avrebbe già permesso la vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi? E perché non vietare X anche sui «dispositivi istituzionali»?

Sul tema a dettar la linea è però Ruotolo, responsabile informazione del partito. È stato tra i primi, nonostante lo smarrimento generale, a cancellare l’account personale sul social. Il 17 dicembre scorso, davanti ai trepidanti colleghi, arringa l’aula: «Questo vuole essere un appello all’Europa: liberiamoci dallo strapotere del signor Musk!». 

Mentre si sgola contro i bavagli in patria, inneggia dunque alla censura in quel di Bruxelles. L’ultimo intervento in aula dell’onorevole Baffone arriva lo scorso 10 febbraio, per denunciare «l’escalation di violenza delle bande giovanili in Svezia e il rafforzamento della lotta alla criminalità organizzata».

Poi dicono che siamo provinciali. Piuttosto che preoccuparsi dei delinquenti della sua Napoli o la camorra, Ruotuolo si dispera per i marioli scandinavi. 

Giorgio Gori, invece, si cruccia per la crisi in Sudan. Irene Tinagli vorrebbe frenare l’antiriciclaggio nelle Isole Vergini. Tarquinio prende la parola per difendere i diritti civili dei lavoratori cambogiani. Dario Nardella sgancia un’interrogazione prioritaria per chiedere «una base giuridica utile all’identificazione e la registrazione di tutti i cani e i gatti». Mentre Alessandra Moretti esige una «road map» sui diritti delle donne. Adesso però, assieme alla collega Elisabetta Gualmini, s’è autosospesa perché lambita dall’inchiesta Qatargate.

L’alfiere multigender, Alessandro Zan, è poi unico italiano a denunciare le «condizioni generali discriminatorie di Meta nei confronti della comunità Lgbtqia+». Facebook e Instagram, avverte, potrebbero favorire «discorsi politici e religiosi sul transgenderismo e sull’omosessualità e dell’uso comune e non serio di parole come “strano”». Aggettivo già incautamente trasformato da Carlo Verdone in tormentone nel suo Viaggio di nozze, da Ivano e Jessica: «Te fa sentì propio… strano».

Lo scorso settembre, invece, Zan non è rimasto solo. Gli schleineiani presentano un’interrogazione per scagliarsi contro i bacchettoni al governo in Italia. Pericolosi figuri in lotta contro i precetti arcobaleno, che restano l’indifferibile urgenza di Elly. Riformisti e cattolici si guardano bene dal firmare: riproducendo, più o meno, la stessa spaccatura sul riarmo. In dieci indomabili, però, scrivono: l’Italia vorrebbe impedire che «l’insegnamento scolastico venga utilizzato per propagandare tra i giovani modelli comportamentali ispirati alla cosiddetta ideologia gender». Inaudito, davvero. Come intendere rispondere la commissione, allora? Mica si vorrà vietare la propaganda arcobaleno negli asili? Ma dove andremo a finire, signora mia? 

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