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Spartaco Pupo: «La destra ha senso e cultura dello Stato. E in Italia è una sola»

È appena uscito, per Eclettica Edizioni, il nuovo libro di Spartaco Pupo, professore universitario di Storia del pensiero politico e componente del Comitato scientifico di varie riviste di studi politici e centri di ricerca dedicati allo studio dello Stato. Ed è proprio lo Stato, con particolare riferimento alla destra, l’oggetto di questo nuovo lavoro, che si intitola, appunto, La destra e lo Stato. Storia di una cultura dal primo Novecento ad oggi. Per comprendere meglio l’interessante percorso tracciato nel volume, abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Partiamo dall’inizio: ci dà una sua definizione di “destra” e di “Stato”?
«La destra in Italia è una sola, ovvero la destra statual-nazionale che si è sino ad oggi identificata nella triade Msi-An-FdI, e tale rimane nell’immaginario degli italiani. Le altre destre, che pure si sono affacciate sulla scena pubblica della Nazione, erano élite di notabili o raggruppamenti che non hanno mai costituito formazioni partitiche su base nazionale, né hanno espresso rappresentanze parlamentari, leader e ideali duraturi. Lo Stato nazionale è l’insostituibile spazio regolativo e simbolico delle relazioni tra le persone, ideale insuperato di civilizzazione e pace sociale».

Su cosa si basa il rapporto tra la destra e lo Stato? E come è cambiato con il passare degli anni?
«La destra è da sempre legata al presupposto inalienabile della “statualità” come sintesi tra la dimensione istituzionale e quella spirituale dell’organizzazione politica. Giorgia Meloni, nella sua autobiografia, giustamente ha ricordato che “essere di destra vuol dire avere un profondo senso dello Stato” e che lo Stato per la destra “è una cosa sacra”. Eppure nessuno prima d’ora ha approfondito le ragioni culturali in sede storica e scientifica di questo concetto. Il sottoscritto ci ha provato, ma è d’obbligo una precisazione: il senso dello Stato della destra non c’entra nulla con il centralismo burocratico, la tassazione progressiva, l’ingegneria sociale e la diffidenza verso l’iniziativa privata, elementi tipici del classismo socialcomunista e del pauperismo democristiano. Contro ogni forma di dirigismo collettivista, assistenzialismo e paternalismo politico, lo Stato nazionale visto da destra guarda, sin dalle origini missine, all’armonia tra giustizia sociale e libera impresa, realizzabile con il riconoscimento statuale della meritocrazia, contro il livellamento, l’omologazione e il pesante burocratismo delle sinistre. Quello della destra, nella lezione ancora attuale di Gentile, è Stato come valore “interiorizzato”, sostanza spirituale, volere umano, istanza securitaria. Il Msi sviluppò una coerente metapolitica statualista grazie al proliferare di riviste e importanti centri studi d’area, mentre An ha privilegiato la via politica-istituzionale, difendendo l’idea di Stato unitario nella difficile coabitazione con partiti di ispirazione aziendalista e secessionista, come FI e Lega. FdI dovrebbe fare tesoro della forte tradizione statualista della destra, che è più solida, spendibile e credibile di quanto si pensi».

Nel suo libro si legge tra l’altro cheil senso dello Stato è il più importante tratto distintivo del pensiero e dell’azione della destra italiana, il suo focus identitario, la ragione principale della sua continuità storico-ideale nonché la base del suo futuro”. Possiamo approfondire questa rilevante considerazione?
«È mia convinzione che la statualità sia il focus identitario della destra. Basta rileggere le opere di illustri filosofi, giuristi, politologi, economisti, poeti, giornalisti, uomini e donne delle istituzioni, dimenticati o censurati dalla storiografia ufficiale, che nell’ultimo secolo hanno costruito un chiaro orizzonte di riferimento per un’azione politica altrimenti di corto respiro. Se la destra oggi se ne disfa, cedendo all’antistatualismo di culture “altre” e inconciliabili con il sistema istituzionale e il contesto culturale italiano, compie un errore strategico anche in termini di capacità di incidere concretamente nei processi con cui è chiamata a misurarsi. Il senso dello Stato e delle istituzioni non è il passato della destra, è il suo futuro».

Ripercorrendo la storia della destra e del suo pensiero politico, lei individua, quanto all’idea teorica e pratica che in tale variegato ambiente politico si ha dello Stato, una solida base culturale di riferimento. Ci può indicare brevemente qualcuno degli elementi concettuali che la compongono?
«Lo Stato non è sinonimo di autoritarismo, non è Leviatano inutile o pericoloso, sovrastruttura di oppressione borghese e quant’altro ci hanno fatto credere i sacerdoti dell’egemonia. Il pensiero della destra ha storicamente investito molto sull’idea di Stato come organizzatore della Nazione, come garante dei diritti e delle libertà, baluardo di legalità, sicurezza e ordine contro ogni forma di sopruso, violenza e paura. E si illude chi crede che senza autorità vi sia più democrazia. Lo Stato precede la democrazia».

Sulla copertina del libro appaiono i ritratti di alcuni personaggi, che rappresentano ognuno un elemento importante del corposo contesto culturale e istituzionale oggetto del suo studio. Ce ne parla?
«Si tratta di Gentile, Costamagna, Almirante, Romualdi, Niccolai e Borsellino, alcune delle tante figure tratteggiate nel libro che si sono richiamate alla “cultura dello Stato”, per usare un’espressione tanto cara a Borsellino. Ho voluto rivisitare il profilo intellettuale di quanti, nella complessità del pensiero che si fa azione, sono legati dall’esigenza di anteporre l’interesse pubblico a quello privatistico, la solidarietà nazionale all’egoismo e all’edonismo individualista, la battaglia per la nazione allo strapotere dei partiti, la trasparenza dell’autorità legittima ai residui di feudalità, lo Stato all’antistato. E la storia ha dato loro ragione, se è vero che lo Stato è oggi ancora vivo e presente, smentendo le previsioni infauste di marxisti vecchi e nuovi, libertari e liberisti, anarchici, federalisti, globalisti e tecnocrati che ne hanno senza successo preannunciato la fine. Lo Stato è in crisi, certo, ma cambierà pelle, come ha sempre fatto, mantenendo la sua funzione di regolazione, controllo e garanzia di stabilità».

Un’ultima domanda. Citando un altro passo del suo libro, nel capitolo “Per lo Stato nazionale, Patria comune e condivisa” lei scrive che “l’identità è qualcosa di necessario, un bisogno esistenziale e comunitario, poiché è sull’identità che si fonda il riconoscimento e il rispetto reciproco, il dialogo tra entità non neutre ma colme di verità, idealità e coscienza di sé”. Discorso questo che chiaramente vale sia per gli individui che per le comunità, come quella statale/nazionale. I tempi attuali vedono però, in nome di un (presunto) progressismo globalista, il crescere di una certa ostilità verso questo tipo di approccio. Che si può fare secondo lei per contrastare questa tendenza?
«Le identità globali non esistono, esistono quelle nazionali e comunitarie, veri antidoti allo sradicamento, all’insicurezza e all’alienazione, che sono le principali piaghe prodotte dall’ideologia universalista. Combattere il particolarismo dello Stato in nome di un presunto progressismo globalista significa abbandonarsi a un astratto legalismo etico e alle grinfie della governance tecnocratica, nuova forma di marxiana “amministrazione delle cose” sganciata da ogni visione politica e legittimazione democratica. Rinunciare allo Stato, del resto, è molto rischioso, come dimostrano le continue emergenze – dalle pandemie alle guerre, dal terrorismo alle migrazioni di massa – in cui registriamo la completa inconsistenza politica delle entità sovranazionali. Abbandonare il presupposto statual-nazionale significa negare identità, memorie collettive e lealtà nazionali che sono l’essenza della vita dei popoli. Occorre incoraggiare la partecipazione e l’identificazione nello Stato come res pubblica di un’esistenza decente, avrebbe detto Ezra Pound, nella consapevolezza che l’alternativa all’ideale statualista è il nichilismo».

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