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25 Aprile a Pavia, il corteo riempie la città: «Ricordare non basta, bisogna scegliere ogni giorno»

PAVIA. All’appuntamento del 25 aprile hanno risposto 1.500 persone. Il richiamo alla sobrietà ha prodotto quello che in medicina viene definito “effetto paradosso”e Pavia ha dato vita a una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. Corteo, messa e orazioni in piazza Italia seguiti non solo da associazioni e partiti, ma da tanti cittadini e da altrettante famiglie.

Bandiere e saluti

Che sarebbe stato un evento affollato lo si è capito già dal ritrovo, alle 10, in piazzale Ghinaglia. Tante bandiere, da quella della Pace a quelle di Rifondazione comunista, tanta gente che si è ritrovata in una giornata di festa, personaggi “storici” della sinistra pavese come Carlo Maestri e bambini con i colori della pace dipinti sul volto.

Dopo l’omaggio allo studente assassinato nel 1921 dalle squadre fasciste, il corteo ha imboccato il Ponte Coperto accompagnato dalle note della banda musicale Santa Cecilia di Belgioioso. Nel percorso sino alla chiesa di Santa Maria del Carmine sono risuonati gli slogan di diverse componenti del corteo. Dietro allo striscione con la scritta “Partigiani della pace” giovani militanti comunisti hanno scandito “Nessuna base, nessun soldato, fuori dalla guerra, fuori dalla Nato”. L’idea di un progetto per armare ancor di più l’Europa è stata al centro di molti slogan decisamente critici. Presente anche una delegazione della rete anti sfratto e rappresentanti dei Fridays for future, i giovani che si battono contro il cambiamento climatico. E sul sagrato del Carmine, mentre don Daniele Baldi officiava la messa, sono stati in molti a prendere la parola al megafono. Poi il corteo è ripartito per piazza Italia dove il primo atto è stata la cerimonia dell’alza bandiera e la posa di corone di alloro alle lapidi dei caduti accompagnata dal suono del “Silenzio”.

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Su richiesta degli esponenti dei partigiani cattolici, il sindaco Michele Lissia ha chiesto un minuto di silenzio per papa Francesco. E sulla piazza, affollata di persone e bandiere, è calato un silenzio denso di grande rispetto.

Prendendo la parola con un semplice “care cittadine e cari cittadini”, senza riferimento alle autorità civili, religiose e militari, il primo cittadino ha auspicato che «la memoria non diventi un atto rituale. Deve viceversa restare viva, inquieta, generativa. Deve porci domande, anche scomode. E deve spingerci, ogni giorno, a chiederci da che parte stare».

Nomi e applausi

Domanda retorica, perché subito dopo Michele Lissia ha risposto: «Siamo dalla parte di Giovanni Cazzamali, partigiano pavese ucciso nei pressi del Cravino da un plotone tedesco; del tenente della Guardia di finanza Francesco Lillo freddato dai miliziani repubblichini; di Ferruccio Ghinaglia, giovane studente comunista ucciso a Pavia da una squadraccia di fascisti; di Luchino dal Verme, nobile e cattolico che in Oltrepò condusse la resistenza alla guida della divisione Antonio Gramsci; di Dina Croce e delle migliaia staffette partigiane che hanno lottato tutti i giorni nelle file della Resistenza». E a ciascun nome è risuonato, forte, un applauso. Infine ha parlato Luca Casarotti, presidente di Anpi Pavia, ricordando «la tensione individuale e spontaneamente collettiva di chi intravedeva un domani diverso dall’oggi fascista».

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L’attacco di Filippetta ai patrioti

«Non abbandoniamo il presente ai desideri di rivalsa e di rivincita di chi nella storia repubblicana è sempre stato dalla parte dei vinti di Salò, di chi ha cercato di spacciare quei vinti come patrioti». L’orazione ufficiale del 25 aprile di Giuseppe Filippetta, storico e studioso della Resistenza indicato dall’Anpi al Comune, è tutt’altro che un omaggio dovuto alla Resistenza e ai valori che da quell’esperienza sono entrati nella Costituzione dell’Italia repubblicana. È un’analisi storica utilizzata per concentrarsi sul presente: per offrire alle 1.500 persone riunite in piazza Italia per festeggiare la Liberazione gli strumenti per essere «resistenti ora e sempre».

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Omaggio alla costituzione

Strumenti, spiega Filippetta che è stato è stato direttore della biblioteca Giovanni Spadolini del Senato e ha pubblicato diversi saggi dedicati alla nascita dell’Italia repubblicana, si ritrovano tutti nella Costituzione dell’Italia repubblicana dove «si manifesta l’infinita contemporaneità della Resistenza», spiega. «Infinita contemporaneità che è inesauribile potenza antifascista perché la Costituzione, nata dalla Resistenza, affida alla Repubblica il compito di eliminare quei caratteri storici dello Stato e della società italiani che avevano reso possibile l’avvento del fascismo e che avrebbero potuto in futuro ridare ad esso spazi di azione, a cominciare dall’esclusione e dalla marginalizzazione dei lavoratori dalla vita politica del paese e dalla presenza di grandi e diffuse diseguaglianze economiche». Nel discorso di Filippetta nessun accenno alla pacificazione. Anzi, un richiamo a distinguere tra chi si è sempre schierato contro il fascismo e chi, dal dopoguerra fino ad oggi, ha giustificato chi ha scelto la repubblica di Salò e la fedeltà al regime.

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Il discorso del sindaco Michele Lissia

Care cittadine, cari cittadini,

il 25 aprile siamo chiamati a fare memoria, come momento di riflessione, come sussulto di coscienza, come atto di responsabilità. Siamo chiamati soprattutto a ricordare e esprimere il nostro senso di gratitudine alle persone che si sono sacrificate per la libertà, con la loro vita e spesso con quella delle persone a loro care. Oggi celebriamo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Nazifascismo, una ricorrenza che resta un’eredità in cammino nei volti e nelle scelte di chi si rifiuta di restare indifferente, di chi si mette in gioco per difendere i valori che ci tengono insieme: l’uguaglianza, la pari dignità sociale di fronte alla legge, il pluralismo culturale, la giustizia, la libertà e la democrazia.

Pavia ha vissuto la Resistenza. Ha conosciuto la paura e il coraggio. Ha perso donne e uomini che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte dando il loro esempio, esempio che ancora oggi ci riguarda: mentre vediamo crescere intorno a noi nuove forme di intolleranza, nuove disuguaglianze, menefreghismo nei confronti delle istituzioni, nuovi tentativi di riscrivere la storia con parole più comode e con racconti di comodo. Non possiamo permettere che la memoria diventi un'abitudine.

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Se Hannah Arendt, ricordava che “il male non è radicale, è banale" e si insinua nei piccoli gesti, nel silenzio, nel disinteresse e nell’apatia, il 25 aprile invece richiede presenza, lucidità, coscienza civile e identità democratica perché scegliere di ricordare è sempre una scelta politica, nel senso più alto e nobile del termine.

Nel giorno in cui ricordiamo la Liberazione, permettetemi anche un pensiero di rispetto per la scomparsa di Papa Francesco. Un uomo che ha sempre testimoniato valori universali di pace, dialogo, giustizia solidarietà sociale: valori siano scolpiti anche nella nostra Costituzione.

Da cittadino di 43 anni, che teme che la storia recente rischi di sfumare, sento ancora più forte il bisogno esserci, di condividere questo momento, di rimettere la storia della Resistenza al centro affinché la memoria non diventi un atto rituale. Deve viceversa restare viva, inquieta, generativa. Deve porci domande, anche scomode. E deve spingerci, ogni giorno, a chiederci da che parte stare.

Da che parte stiamo quando la democrazia è sotto attacco? Da che parte stiamo quando tornano linguaggi e simboli che pensavamo consegnati alla storia? Da che parte stiamo quando si alzano nuovi muri, si escludono i fragili, si cancellano i diritti?

Noi, oggi, stiamo dalla parte della libertà, della giustizia sociale e dell’uguaglianza. Della Costituzione. Di chi ha lottato per un Paese più giusto, più umano, più civile. Siamo dalla parte di Giovanni Cazzamali, partigiano pavese ucciso nei pressi del Cravino da un plotone tedesco; siamo dalla parte del tenente della Guardia di finanza Francesco Lillo freddato dai miliziani repubblichini; siamo dalla parte di Ferruccio Ghinaglia, giovane studente comunista ucciso a Pavia da una squadraccia di fascisti; siamo dalla parte di Luchino dal Verme, nobile e cattolico che in Oltrepò condusse la resistenza alla guida della divisione Antonio Gramsci; siamo dalla parte di Dina Croce e delle migliaia staffette partigiane che hanno lottato tutti i giorni nelle file della resistenza. Siamo a ricordare con il cuore colmo di gratitudine tutte le donne e gli uomini che hanno scelto di stare dalla parte giusta, con la schiena dritta contro il nazifascismo.

E allora celebriamo, sì, con gioia questo 25 aprile. Ma facciamolo guardando avanti. Con la consapevolezza che non basta ricordare. Bisogna anche continuare a scegliere, ogni giorno. Chi ritiene lo faccia con sobrietà, ma tutte e tutti facciamolo con la schiena dritta. Viva la liberazione, viva la democrazia, viva la costituzione repubblicana e antifascista.

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Luca Casarotti, presidente Anpi Pavia

Care e cari concittadini antifascisti,

A breve prenderà la parola Giuseppe Filippetta, l’oratore ufficiale di questa nostra festa. Uno studioso geniale che è stato anche un militante politico inesausto, Furio Jesi, ci ha spiegato quant’è opportuno chiamare con questo nome, “festa”, il nostro annuale evocare quella rivoluzione d’un giorno d’aprile. La festa è ambigua, diceva Jesi: è il momento dell’umanità universale, della radicale uguaglianza, perché tutte le diversità, che ci dividono e ci ordinano, non contano nel tempo della festa. Ma Jesi proseguiva, riprendendo le parole del suo maestro Károly Kerenyi; quando non si sa più cosa c’è da festeggiare, la festa diventa qualcosa di morto e incomprensibile: «come i movimenti di chi danza per chi […] non ode più la musica». Ci potremmo allora chiedere se non sia una festa crudele, la nostra. Se noi possiamo ancora conoscere le ragioni della Liberazione, in un tempo scandito da forze reazionarie, in cui l’antropocentrismo si rovescia nel suo doppio oscuro, nel più antiumanista dei modi di vivere, nell’egoismo dei pochi che hanno, indifferenti alla sorte dei molti che non hanno e del pianeta che tutti abitiamo. Non smettiamo di parlare di Gaza: parliamone ogni volta che possiamo, come abbiamo fatto nel corteo che ci ha condotti qui.

L’inconoscibilità di cui parlava Jesi, quella che rende impossibile e macabra la festa, riguarda però il mito, non la storia. E la Guerra partigiana si situa nella storia, non nel mito. Perché la nostra festa non sia grottesca, bisogna che sia piena di contenuto; bisogna che dia concretezza storica e politica ai nomi che evochiamo. C’è una prima serie di nomi che dice: «antifascismo», «resistenza», «rivoluzione». E poi (che è un “poi” cronologico, nella nostra storia) ce n’è una seconda che dice: Costituzione, repubblica, democrazia.

La storiografia di Giuseppe Filippetta ci mostra di quale sostanza siano fatti questi nomi. Con la concretezza della documentazione e con la saldezza dell’erudizione, Filippetta ci restituisce l’immagine di un partigianato che nei territori temporaneamente liberati sperimentava nuove forme di organizzazione politica e di autogoverno democratico.

Quest’immagine tridimensionale resiste, è il caso di dirlo, a ogni tentativo di ridurre la guerra partigiana ora a un’olografia irenica, lacrimevole e inoffensiva, ora (ed è questa l’attuale tendenza propagandistica) all’archetipo falsificante del popolo guerriero che s’identifica e realizza nella battaglia campale.

Con la sensibilità dello storico e la competenza del giurista, Giuseppe Filippetta squaderna le cause strutturali che sono state opposte all’attuazione del progetto egualitario e sostanzialista della Costituzione democratica, quando le forze progressive del Paese, le lavoratrici e i lavoratori l’intendevano come la possibilità reale d’una società nuova e giusta.

Con il rigore dello studioso e la passione dell’intellettuale militante, Filippetta interpreta la Resistenza guardando non solo al lavorio dei quadri e alla strategia degli organi di vertice, ma anche (soprattutto) alla tensione individuale e spontaneamente collettiva di chi intravedeva un domani diverso dall’oggi fascista: e per questo, non certo per attrazione alla guerra, faceva la scelta partigiana.

Per tutte queste ragioni, in nome dell’ANPI che rappresento a Pavia, ho chiesto a Giuseppe Filippetta di tenere nella nostra città l’orazione ufficiale di quest’ottantesima festa della Liberazione. Lo ringrazio d’avere accettato. Ringrazio il Sindaco d’aver accolto la mia proposta, e con lui il comitato cittadino che organizza le celebrazioni di questa giornata.

Lasciate però che concluda il mio saluto su una nota personale. A Giuseppe Filippetta sono grato non solo per i libri che scrive: gli sono grato anche per l’amicizia che ci lega, recente ma già profonda. Giuseppe fa parte d’una comunità intellettuale a cui devo tutto quello che so, e da cui mi sento accettato e protetto. L’antifascismo è anche questo: presupposto d’una comunità d’affetti, di pensiero e prassi. Non è, se non è collettivo. Di questa comunità fa parte chi condivide con me la militanza nell’ANPI e nella Rete antifascista, compagne e compagni che m’hanno cresciuto e sono cresciuti con me. Ne fa parte Chiara Colombini, che ha scritto una Storia passionale della guerra partigiana, e a cui devo quest’osservazione bellissima. Dice Chiara che la parola forse più ricorrente nei documenti dei primi mesi della guerra Partigiana, almeno tra le parole che esprimono passioni, è “gioia”. Senza gioia le passioni tristi del mondo ci soverchiano e ci tolgono capacità d’agire. Senza gioia non c’è festa. Oggi è la nostra festa. Sobria o meno che sia, è la nostra festa.

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L’orazione ufficiale di Giuseppe Filippetta

Siamo oggi qui riuniti per la festa grande di aprile, come la chiamò Franco Antonicelli, per la festa che riallaccia presente, passato e avvenire. Siamo qui oggi per dire, nel presente e ancora una volta per l’avvenire: Ora e sempre Resistenza.

Con queste parole nella mente e nel cuore nel luglio 1960 Antonicelli e Ferruccio Parri invitavano il Senato ad approvare un disegno di legge per lo scioglimento immediato del Movimento sociale italiano in quanto partito fascista vietato dalla XII disposizione finale della Costituzione. Con queste parole nella mente e nel cuore, nel luglio 1960, gli ex partigiani e i giovani con le magliette a strisce, si battevano insieme nelle piazze italiane contro il tentativo di Tambroni di usare i neofascisti come stampella di un Governo nato per contrastare lo scongelamento della Costituzione repubblicana. E Carlo Levi, commemorando quell’anno i morti di Reggio Emilia, scriveva: “La Nuova Resistenza è cominciata. Non ci fermeremo.”

Ora e sempre Resistenza, dunque.

Con queste quattro parole nel lunghissimo decennio che si apre con l’Autunno caldo, i giovani, le donne, gli operai, gli studenti, hanno gridato le ragioni della giustizia, della libertà e della democrazia nelle strade e nelle piazze italiane, malgrado le bombe stragiste e la violenza neofascista. Quei giovani, quelle donne, quegli operai, quegli studenti che pretendevano “un’Italia diversa” e che, proprio come Antonicelli, Levi e Parri, vedevano nell’antifascismo il cemento con il quale finalmente costruirla. Quelle quattro parole – Ora e sempre Resistenza – che hanno percorso, come un vento di speranza, i momenti più difficili della storia repubblicana, esprimono l’infinita contemporaneità della Resistenza. È questa infinita contemporaneità che noi oggi festeggiamo in questa piazza.

La Resistenza è infinitamente contemporanea perché è una rivoluzione che si realizza nel presente dei venti lunghi mesi di guerra partigiana, concependosi però come futuro, come inaugurazione di un nuovo tempo e come il farsi continuo, perciò infinito, di un mondo comune di giustizia e di libertà.

La Resistenza – lo dicono con grande chiarezza alla Costituente Aldo Moro, Giorgio Amendola, Lelio Basso – è molto di più di una guerra e anche di una guerra civile: è una rivoluzione che abbatte l’ordine dello Stato regio-fascista e lo sostituisce, attraverso un esercizio del potere costituente dal basso, con gli ordini giuridici creati dalle bande partigiane, ordini basati sui principi dell’eguaglianza, della solidarietà, della pari dignità sociale, della partecipazione democratica.

La Costituzione repubblicana nasce dalla rivoluzione costituente della Resistenza, tanto che i principi fondamentali della Costituzione rispecchiano quelli che erano stati i principi fondamentali degli ordini giuridici instaurati dai partigiani per portare ordine, giustizia e libertà nelle vite di tutti. I principi di eguaglianza, di pari dignità sociale, di democrazia partecipativa, di solidarietà.

Pensiamo in particolare agli ordini giuridici delle repubbliche e delle zone libere partigiane; e qui pensiamo in particolare a quella di Varzi. Ordine, giustizia e libertà sono l’obiettivo dei partigiani sempre e sino al momento culminante della loro lotta: l’insurrezione finale. Difatti, quando gli alleati entrano a Pavia la mattina del 30 aprile 1945 trovano una città già liberata dalle formazioni partigiane, una città nella quale i poteri di governo sono esercitati dal Cln.

Trovano una città liberata grazie al coraggio e al sacrificio dei partigiani. Di partigiani come Luigi Boera, che viene ferito a morte il 25 aprile 1945; come Giovanni Cazzamali, Roberto Spirito, Pierino Zocchi, Angelo Tombola e Oreste Colombi, caduti il 26 aprile; come Vittorio Moraghi e Marco Roveda, feriti a morte il 28 aprile.

Morti che aspettano ancora la nostra resurrezione.

Ma dobbiamo sempre considerare che l’insurrezione finale, che nella provincia pavese dura 4 giorni, non è la rivoluzione, ma il punto di arrivo della rivoluzione della Resistenza, che già prima aveva dispiegato, grazie all’attività normativa, amministrativa e giurisdizionale delle bande partigiane, la sua forza tanto sovvertitrice del vecchio ordinamento quanto creatrice del nuovo.

La rivoluzione della Resistenza muove i suoi primi passi l’8 settembre 1943, quando lo Stato regio si dissolve nella viltà del suo re, dei suoi ministri, dei suoi generali, ed ex militari e comuni cittadini si danno alla raccolta e alla sottrazione delle armi abbandonate dall’esercito sbandato. Rischiano così la fucilazione, ma con la loro scelta assumono su di sé la sovranità, la custodiscono nei loro corpi per impedire che il vuoto spalancato dalla morte dello Stato venga riempito dalla Germania nazista utilizzando i repubblichini come compagnie di ventura.

Qui a Pavia già nella seconda metà di settembre iniziano i sabotaggi alle linee ferroviarie e a Vigevano inizia a operare una squadra Sap guidata da Luigi Campeggi, mentre a fine ottobre un nucleo di gappisti uccide un milite fascista e varie bande si costituiscono quell’autunno nell’Oltrepo.

Dopo l’8 settembre il partigiano è colui che sceglie di prendere le armi e di combattere per riportare ordine, sicurezza e pace nella vita di tutti. È colui che, nella solitudine della propria coscienza, sceglie di fare della propria moralità armata la fonte della nuova legge. Così facendo il partigiano si rende sovrano, mette la propria sovranità nel posto lasciato vuoto dalla dissolta sovranità dello Stato.

E entrando nella banda il partigiano unisce la propria sovranità a quella degli altri facendola diventare partecipazione, autogoverno, democrazia. L’8 settembre spalanca dunque agli italiani l’orizzonte della solidarietà e del protagonismo.

Non si capisce quanto la Resistenza sia stata una rivoluzione di popolo, e non di piccole avanguardie, se ci si limita a contare i partigiani combattenti e a calcolare quale percentuale rappresentassero della popolazione. La verità è che nessuna banda partigiana – e questo è particolarmente vero per le formazioni pavesi – sarebbe sopravvissuta senza il sostegno della gente, senza il silenzio solidale della gente, un silenzio che poteva essere pagato con le torture e la morte.

Ovunque tedeschi e repubblichini affiggevano manifesti con i quali avvertivano che sarebbe stato fucilato chiunque, conoscendo il luogo dove si trattenevano partigiani, non ne avesse dato immediata notizia alle autorità e chiunque avesse dato asilo o cibo a partigiani. La Resistenza è stata un protagonismo solidale di massa, che ha coinvolto gli antifascisti storici che venivano dal ventennio, i giovani e le donne – le donne che con una scelta di radicale rottura si sono sottratte al ruolo di angeli del focolare domestico loro assegnato dal fascismo.

Dalla Resistenza come epocale e solidale protagonismo collettivo deriva quello che è il carattere fondamentale della Costituzione repubblicana, il suo porsi come programma e progetto di emancipazione, di liberazione e di realizzazione dell’eguale dignità di ogni persona – pensiamo al fondamentale secondo comma dell’art. 3. E nella Costituzione programma si manifesta proprio l’infinita contemporaneità della Resistenza.

Infinita contemporaneità che è inesauribile potenza antifascista perché la Costituzione, nata dalla Resistenza, affida alla Repubblica il compito di eliminare quei caratteri storici dello Stato e della società italiani che avevano reso possibile l’avvento del fascismo e che avrebbero potuto in futuro ridare ad esso spazi di azione, a cominciare dall’esclusione e dalla marginalizzazione dei lavoratori dalla vita politica del paese e dalla presenza di grandi e diffuse diseguaglianze economiche.

È la potenza antifascista della Costituzione che si manifesta e si esprime nelle norme costituzionali sul lavoro, sulla scuola pubblica, sulla salute, sulla previdenza e sull’assistenza, sulla progressività delle imposte, sulla funzionalizzazione sociale della proprietà, sui limiti all’iniziativa economica privata.

Ed è la potenza antifascista della Costituzione che riempie di sé la cittadinanza repubblicana.

La cittadinanza repubblicana, la patria repubblicana non è appartenenza identitaria a un suolo, a una lingua, a una cultura, a un sangue, a un’etnia, a una tradizione. La patria repubblicana è solidarietà sovrana, cioè collaborazione tra persone che hanno pari dignità sociale e che vivono, ognuna con la propria insopprimibile unicità e diversità, la responsabilità di un compito comune.

Compito che consiste nel concorrere, esercitando i propri diritti e adempiendo i propri doveri, alla realizzazione del programma di liberazione e di emancipazione di ogni persona umana che la Costituzione nella sua essenza è.

Ogni persona che sia disposta a concorrere a quel compito, qualunque siano le sue origini, la sua cultura e la sua lingua, è un cittadino repubblicano. La patria repubblicana è in questo lo specchio della Resistenza italiana, che fu combattuta da partigiani non solo italiani, ma inglesi, francesi, jugoslavi, russi, neozelandesi, sudafricani, polacchi, cechi, somali, etiopi, tedeschi, austriaci.

L’infinita contemporaneità della Resistenza fa sì che dal passato che noi non abbiamo vissuto essa può sempre irrompere nel presente che viviamo per liberare di nuovo la potenza antifascista ed emancipatrice della solidarietà democratica.

Però questo può accadere soltanto se noi non abbandoniamo il presente ai desideri di rivalsa e di rivincita di chi nella storia repubblicana è sempre stato dalla parte dei vinti di Salò, di chi ha cercato di spacciare quei vinti come patrioti. Patrioti di cosa, visto che non si può certo chiamare patria un lager, una stanza di torture, una strage di centinaia di civili, un villaggio incendiato. Strani patrioti quei servi dei nazisti che poi, nel dopoguerra, sottratti o scampati alla giustizia partigiana, si sono fatti di nuovo servi delle trame antitaliane di entità oscure prestandosi alle violenze e alle stragi della strategia della tensione.

In questo giorno di festa dobbiamo ricordarlo: l’infinita contemporaneità della Resistenza non è un dato naturale, ma una responsabilità da prendere, un compito da assumere. E per assumerlo dobbiamo dirci che la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza non sta dietro di noi, non è il nostro passato, sta invece davanti a noi, ci sta ancora aspettando, sta ancora aspettando che noi attuiamo il suo programma di liberazione e di emancipazione di ogni persona. Altro che riforme costituzionali.

In una lettera del marzo 1954 a Lucilla Rochat (moglie di Willy Jervis, partigiano fucilato nell’agosto del 1944), il comandante partigiano Giorgio Agosti scrive che i caduti della Resistenza “sono più vivi di allora: segnano un punto fermo, come un faro la cui luce si fa più intensa proprio quando la navigazione è più incerta tra le secche e gli scogli.” Agosti aveva ragione: i partigiani sono davvero un faro che indica una strada e la Costituzione repubblicana, nata dalla rivoluzione della Resistenza, è un cancello che resta ancora da aprire per incamminarsi su quella strada.

Ma quel cancello può essere aperto soltanto da un nuovo protagonismo collettivo, da una moltitudine di uomini e di donne che siano capaci, come nel settembre del 1943, di odiare le ingiustizie, di provare solidarietà, di volersi eguali, di sognare un mondo più giusto.

In uno dei più bei romanzi sulla Resistenza, Tre amici, Mario Tobino (che fu partigiano) scrive che essere partigiani significava avere la testa piena di stelle e sognare per combattere, combattere per sognare.

Ecco, la Costituzione è stata scritta per dare un cielo alle stelle e ai sogni dei partigiani, un cielo al quale ogni persona potesse guardare per trovare la forza e la speranza di un futuro più libero e giusto. Oggi che il cielo sembra davvero essere troppo basso per le speranze di libertà e di giustizia, dobbiamo avere la forza di tenere accesi i sogni e le stelle dei partigiani, di tenerli accesi per chi verrà – per chi verrà nel tempo che abbiamo davanti (i nostri figli, i figli dei nostri figli), e anche per chi verrà dalle terre che abbiamo davanti, sulle sponde del Mediterraneo.

E allora, per tornare alla nostra festa e alle parole di Antonicelli,

coraggio, amici, perché l’inverno è stato troppo lungo, ma la festa grande d’Aprile è egualmente arrivata.

Ora e sempre Resistenza.

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