«La cura dell’uomo», al Museo Diocesano di Pavia quaranta opere da Banksy a Guttuso
Un olio su tela di Mino Ceretti, Corpo anatomia (1959), è la provocazione che attende il visitatore in apertura della mostra La cura del corpo, che sarà inaugurata domani alle 17 al Museo Diocesano di Pavia. Una figura dilaniata, fatta esplodere, appesa però a un muro candido che rammenta come in fondo, in realtà, possa esserci ancora luce.
In cinque tappe del percorso espositivo – attraverso una quarantina di opere d'arte, tra gli altri, di Banksy, Domenico Paladino, Bruno Ceccobelli, Giorgio de Chirico, Gino de Dominicis, Ai Wewei, Renato Guttuso – vengono presentati i differenti modi in cui, concretamente, si articola la cura dell’essere umano. Un racconto per immagini che mira a comprendere, in continuità con la mostra dello scorso autunno L’epoca fragile?, le diverse forme della cura necessarie per la rigenerazione dell’umano.
[[ge:gnn:laprovinciapavese:15139987]]
Il progetto è curato da Filippo Moretti e Giosuè Allegrini, un filosofo e un critico d’arte che hanno selezionato non solo gli autori ma, cosa più difficile, le opere che maggiormente potessere parlare al pubblico, trasmettere un messaggio.
In apertura, in teche di vetro, anche i lavori dei pazienti di Oncoematologia Pediatrica del San Matteo: teste realizzate in 3D e rielaborate con tecniche diverse che svelano molto degli autori, se è vero che il racconto - e dunque la consapevolezza, la condivisione - è la prima forma di cura. Per questa mostra Mimmo Palladino ha realizzato Bambini meravigliosi, matite dai toni vivaci su cartoncino, in cui «la vita fiorisce piena di colori» .
Non è sempre così. Se non ci si prende cura dell’altro ( e poi del mondo), non resta che l’Apocalisse, citata da Giorgio De Chirico, mentre il vicino polittico di Alain Arias-Misson presenta bruciature a simulare il foro di un proiettile, la morte.
In un piccolo spazio dialogano tre opere di padre Costantino Ruggeri, Bruno Ceccobelli e una novella Pietà, Black Madonna di Salvador Dalì, un litografia del 1974.
Ai visitatori verrà fornita una mappa, per procedere cogliendo il messaggio della mostra. «Nella penultima tappa, invece, a entrare in scena sarà la (buona) politica come arte della cura del mondo, verso la pace, nonché come quell'arte della cura che rende possibile il prendere ordinatamente ed efficacemente forma, sotto il suo coordinamento, di tutte le altre arti della cura» spiega Filippo Moretti che insegna Etica Filosofica.
[[ge:gnn:laprovinciapavese:15139984]]
Infine, in chiusura, si riporterà l’attenzione sull'arte come linguaggio della cura integrale dell'uomo: «E’ proprio grazie ad essa che il nostro sguardo distratto, provocato dall'opera, viene riportato, proprio mediante l'opera stessa, all'essenziale, “costretto” così alla riflessione sui temi decisivi dell'umano, cui l'arte inevitabilmente ci rimanda, avviando parallelamente a questo sforzo di pensiero stimolato dall'estetica una presa di consapevolezza e un rinnovamento interiore che può finire con il tradursi anche in un impegno etico e politico rigenerante» spiegano i curatori, Moretti e Allegrini.
Se non ci fosse l’arte che salva, che attua la metamorfosi, finiremmo nelle mani del Diavolo, china su carta riportata su tela, di Renato Guttuso.