Migranti in Albania, la Cassazione ferma tutto un’altra volta. Il piano B del governo rinviato alla Corte Ue
Due casi di trattenimenti non convalidati dalla Corte d’appello di Roma e impugnati dal Viminale finiranno alla Corte di giustizia europea (Cgue). Lo ha deciso la Cassazione che ai giudici di Lussemburgo chiede di esprimersi sulla compatibilità con il diritto comunitario del piano B del governo Meloni, che col recente decreto già convertito in legge ha aperto le porte del centro di Gjader, in Albania, anche agli stranieri irregolari presenti in Italia. Un centinaio quelli trasferiti nell’ultimo mese, una trentina i rimpatriati, una cinquantina quelli attualmente trattenuti. Probabilmente gli ultimi se, alla luce dei rinvii della Cassazione, la Corte d’appello per i richiedenti asilo, ma anche i giudici di pace per i detenuti amministrativi in attesa di rimpatrio, sospenderanno i trattenimenti in attesa che si pronunci la Corte europea. Esattamente come per la questione dei “Paesi d’origine sicuri”, i piani del governo si bloccano, un’altra volta.
Per le motivazioni servirà ancora qualche giorno, ma nel dispositivo della Cassazione i dubbi dietro ai rinvii sono chiari e per la prima volta mettono in discussione l’applicazione extraterritoriale del diritto d’asilo Ue. Due provvedimenti identici, relativi a cause riunite “per identità di questioni giuridiche”. La prima questione riguarda la compatibilità della normativa Ue con la normativa interna. Alla luce delle modifiche introdotte dal decreto 37/2025, che ha esteso l’uso del centro di Gjader ai detenuti amministrativi in attesa di rimpatrio, la Suprema Corte domanda se, “in assenza di qualunque predeterminata e individuabile prospettiva di rimpatrio”, il Protocollo Italia-Albania violi la direttiva Ue sui rimpatri (2008/115). La seconda riguarda la possibilità di continuare a trattenere in Albania coloro che, una volta trasferiti, presentano domanda di protezione diventando così richiedenti asilo. Questione che la stessa Cassazione sembrava aver sgomberato con la recente sentenza dell’8 maggio dove equiparava in tutto e per tutto il cpr di Gjader a quelli in territorio nazionale. Decisione che la Corte di appello di Roma ha criticato defindola “unica e isolata” e decidendo di disattenderla in un altro caso di mancata convalida, anche per l’incompatibilità con la direttiva Ue sull’accoglienza, che ai richiedenti riconosce il diritto di restare nel territorio dello Stato membro fino alla decisione. Con i rinvii alla Cgue, decisi dopo che le sentenze sui due casi erano state rimandate per un esame più approfondito, la Cassazione non sembra più convinta dell’equiparazione del cpr albanese con quelli italiani, anzi.
Per la pronuncia della Corte Ue ci vorranno mesi. I rinvii sui “Paesi d’origine sicuri” sono dello scorso novembre e a quanto pare la decisione non sarà resa pubblica prima di ottobre. Decisione alla quale i giudici europei sono giunti con procedura accelerata, più veloce di quella ordinaria, ma meno di quella urgente richiesta dai tribunali italiani e così stavolta dagli ermellini di Roma. Nel frattempo, l’ipotesi più plausibile è che tutto si fermi, bloccando un’altra volta il Protocollo da 800 milioni di euro che finora hanno prodotto una trentina di rimpatri che avrebbero avuto luogo anche dall’Italia, dove peraltro i trasferiti devono rientrare prima dell’espulsione perché dall’Albania non si può fare. Il rinvio alla Cgue dovrebbe portare anche gli altri magistrati, togati e non, a sospendere i loro giudizi liberando i trattenuti di Gjader, chissà, facendo desistere il governo dal trasferirne altri. Ma non si dica che non era stato avvertito: la questione della territorialità relativa all’applicazione delle norme europee e ai diritti da queste riconosciuti ai richiedenti asilo e non solo, è stata posta con forza fin dall’inizio, fin dalla firma del Protocollo e dalle legge di ratifica approvata in Parlamento. Era fin troppo probabile che il nodo sarebbe venuto al pettine. Come verrà sciolto resta ancora da vedere.
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