Pride Pavia, un corteo colorato per i diritti di tutti e la Palestina
Pavia. «Essere gay non è una scelta, essere omofobi sì». Recita così uno degli striscioni affisso sul palco che, ai giardini del Castello, ha ospitato sabato una lunga serie di testimonianze in favore dei diritti di tutti. Ad ascoltare una folla variopinta e attenta, persone che a vario titolo hanno voluto ribadire il loro sì all'affermazione dei diritti civili di "todes", cioè tutti e tutte. Millecinquecento partecipanti alla nona edizione del Pavia Pride, organizzato da Coming-Aut, che ha visto nel lunghissimo serpentone colorato e vociante, partito da piazzale Ghinaglia e arrivato al Castello, anche il sindaco Michele Lissia, la vice Alice Moggi e gli assessori Alessandra Fuccillo, Gipo Anfosso e Lorenzo Goppa.
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Ad aprire il corteo il grande carro allestito dai volontari di Coming-Aut, tanta musica e altrettanta voglia di ballare. «Ho attraverso le strade di Pavia in mezzo a tutti voi – ha detto Lissia – lo faccio da nove anni, ma questa volta con l’orgoglio di essere il sindaco che rappresenta questa città».
«Di cosa avete paura?»
E poi, al grido di Palestina libera, si è fatto consegnare la bandiera con le tre bande orizzontali (nera, bianca e verde) ed il triangolo rosso, sventolandola tra gli applausi di tutti. Incisive anche le parole dell'assessora Alessandra Fuccillo, che rifacendosi alla notizia che la Corte costituzionale ha stabilito che i figli nati da coppie lesbiche tramite fecondazione eterologa all'estero possono essere riconosciuti da entrambe le mamme sin dalla nascita, ha detto «Per fortuna la Corte costituzionale arriva dove non arriva la politica». E poi ha puntato forte il dito sulle polemiche per i corsi Lgbti+ nelle scuole, sollevate dai politici di centrodestra. «Tutto questo per due ore di laboratorio – ha detto – di che cosa avete paura? Dell'amore, della libertà o non sapete neanche voi di che cosa... A chi può far male amare chi si vuole o poter essere se stessi?».
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«Abbiamo diritto a esistere»
Poi dal palco tanti messaggi letti da parte di chi non vuole più essere discriminato. E le due madrine del Pride con le loro testimonianze. Prima Immanuel Casto, cantautore e divulgatore, che si è complimentato per la presenza di tanti bambini al corteo e ai giardini del Castello. «Mi fa piacere e a chi ci dice "qualcuno pensi ai bambini" rispondo che a loro ci pensiamo noi e che vedendoci possono capire che le diversità portano solo cose belle». E poi Anita Garibalde, attivista impegnata nella tutela dei diritti delle persone trans, sex workers e migranti, salita sul palco con un ombrello rosso.
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«È il simbolo della lotta delle sex-workers autodeterminate – ha spiegato – le più invisibili e marginalizzate». Molto applaudito anche l'intervento di Cecilia Bettini, presidente di Coming-Aut. Appassionato e diretto. «Siamo stanche, ferite, anche arrabbiate – le sue parole – non possiamo rimanere inermi contro un sistema oppressivo che vuole farci passare per malate o addirittura dire che non esistiamo. E invece siamo qui, con le nostre voci e i nostri corpi, nonostante abbiano definito le nostre esistenze patologiche, poi ci hanno analizzate per trovare l'errore, condannate a manicomi, quindi forni crematori e infine carcere». In silenzio, tutti, ad ascoltare queste parole molto forti. Con bandierine, magliette, sacche, cravatte, nastri arcobaleno. Tante mani nelle mani di persone che si amano senza errori. —
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