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Germania, la mina armata dentro la NATO: Berlino guida la corsa al riarmo europeo

Una defezione, hanno annunciato gli organizzatori del prossimo vertice della Nato (il primo sotto la guida del nuovo segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte) che si terrà a L’Aia martedì e mercoledì prossimo: alla riunione parteciperanno i 32 capi di Stato e di governo membri oltre ai partner e ai rappresentanti dell’Unione europea. Gli occhi sono puntati sull’America di Donald J. Trump, chiamata a formulare le proprie intenzioni riguardo all’annunciato disimpegno Usa dall’organizzazione. Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew G. Whitaker, sono a dire il vero rassicuranti: alcuni dei circa 84 mila soldati americani in Europa potrebbero essere riposizionati altrove in tempi rapidi («non ci saranno negoziati decennali») ma «rimarremo in questa Alleanza e non permetteremo che alcuna lacuna di sicurezza emerga nella Nato prima che le forze europee possano sostituire le capacità americane». Anche il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito che Washington rimanga a sostegno dell’Alleanza in cambio di un sforzo economico più consistente da parte degli alleati europei. L’obiettivo del vertice secondo Rutte è infatti, banalmente, quello di redistribuire meglio gli oneri finanziari concordando un nuovo obiettivo di spese per la difesa pari al 3,5 per cento del Pil, oltre a un ulteriore 1,5 per cento per esigenze legate alla difesa (infrastrutture e resilienza).

Eppure, a fronte delle rassicurazioni del primo finanziatore (secondo le stime, gli Usa contribuiscono con il 5 per cento del loro budget, circa 50 miliardi di dollari del bilancio 2024 del Pentagono, ndr), gli europei hanno colto la palla al balzo per promuovere una radicale inversione di marcia che potrebbe segnare l’inizio di una nuova era. Con l’alibi di un improbabile ritiro totale americano (presentato però all’opinione pubblica come incombente) e di una minaccia russa imminente, l’economia europea, il cui importante settore automobilistico è in crisi dopo il disastroso fallimento del Green deal, intende avvantaggiarsi da un’accelerazione degli ordini militari in Europa.

A tirare le fila del riarmo europeo c’è, ça va sans dire, la Germania, guidata dal neo cancelliere cristiano-democratico Friedrich Merz. C’è un inconsueto silenzio dei media sulle intenzioni di Berlino, ma le parole pronunciate lo scorso 28 aprile dal presidente della Repubblica, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, lasciano poco spazio alle supposizioni. «Oggi con la guerra di Putin, la Germania si trova in una posizione cruciale e a lei è rivolto un appello. Lo abbiamo raccolto, potete contare su di noi!», ha affermato Steinmeier, per poi annunciare: «Ci sforzeremo di rendere la Germania la spina dorsale della difesa convenzionale in Europa. Una Germania mal armata è una minaccia maggiore per l’Europa di una Germania fortemente armata», ha proseguito, «il Parlamento tedesco ha mobilitato 500 miliardi di euro per i prossimi 12 anni, dovrebbero bastare a dimostrare che siamo seri e facciamo sul serio». Promessa o minaccia?

La nascita dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico nel 1949 rispondeva a diverse esigenze che il primo segretario della Nato, il britannico Lord Hastings Ismay, aveva efficacemente sintetizzato con la nota raccomandazione di «tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto». Berlino non possiede l’atomica e la sua sicurezza dipende da Washington. Ma lo scorso 20 marzo la decisione del Parlamento tedesco di stravolgere la Costituzione per consentire, per la prima volta nella storia teutonica, un piano di indebitamento senza limiti per foraggiare l’industria delle armi, costituisce il tassello giuridico alla base della conquista tedesca della leadership militare europea, presentata all’opinione pubblica come «inevitabile».

Al voto di marzo hanno fatto seguito le fughe in avanti di Merz e del suo governo: a maggio il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha confermato che la Germania avrebbe speso il 5 per cento del Pil per la difesa, il 14 maggio il cancelliere ha promesso che quello tedesco sarebbe stato «l’esercito convenzionale più forte d’Europa» («A quanto pare la storia non insegna nulla a queste persone», ha commentato il ministro russo Sergej Lavrov). Il capo della Difesa, Carsten Breuer, ha pubblicato piani per una rapida espansione delle capacità di reazione militari. A metà maggio, il capo di Stato maggiore Alfons Mais ha allertato i cittadini: «Dal 2029, al più tardi, le forze russe potranno avviare un’aggressione contro il territorio della Nato». Il 22 maggio Merz ha presentato in Lituania una brigata corazzata tedesca, la prima con sede permanente fuori dal Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nel frattempo, Berlino sta elaborando piani per espandere rapidamente la sua rete di bunker e rifugi.

Certo, ci sarà da lavorare sull’opinione pubblica, che non appare allineata alla foga bellicista del governo: secondo un recente sondaggio Ipsos, due terzi dei tedeschi (il 67 per cento) ritengono che il governo federale dovrebbe rimanere militarmente fuori dal conflitto. In compenso, secondo la ricerca dell’istituto Levada a Mosca, grazie alle iniziative del nuovo esecutivo teutonico, la Germania è ora percepita dai russi come il «Paese più ostile».
Anche i principali media spingono per un impegno militare a tutto campo e fanno leva sulla «minaccia russa», sebbene secondo Steve Witkoff, consigliere del presidente Trump incaricato della diplomazia con Mosca, la Russia non rappresenti una minaccia per l’Europa.

I piani di “minilateralismo” coltivati da Merz – piccoli modelli di cooperazione che integrino strutture diverse dall’Ue e dalla Nato come il formato E3 (Germania, Francia, Regno Unito), E3+ (con Polonia e Italia) e il Triangolo di Weimar (Francia, Germania, Polonia) ora esteso all’Inghiltera, oltre alla coalizione dei Volenterosi – al momento si esauriscono in sterili passeggiate a Kiev a favore di telecamera.

L’Unione europea è ancora molto lontana dal raggiungere obiettivi concreti perché, come ha osservato Ursula Schröder dell’Ifsh di Amburgo, «più che rafforzare le capacità di difesa europee, si stanno rafforzando quelle nazionali». E non sarà facile per Berlino riuscire ad aggiudicarsi nuovamente il ruolo di primus inter pares di fronte ad alleati potenti, ambiziosi e dotati di armi nucleari come la Francia e il Regno Unito. Ci sono poi limiti oggettivi: la difesa aerea, le capacità informatiche e l’intelligence dei Paesi europei dipendono fortemente dagli Stati Uniti e per sostituirle l’Europa, secondo le stime, dovrebbe spendere circa un trilione di dollari. L’Unione europea paga infine lo scotto di settant’anni di incapacità decisionale: la politica comune in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici solleverà inevitabilmente aspre controversie sulla ripartizione delle competenze rispetto i reciproci interessi nazionali.
La stessa Germania sembra lontana dal poter raggiungere in tempi rapidi gli obiettivi di superpotenza militare che si è auto conferita. Secondo uno studio dell’istituto Kiel, tra il 1992 e il 2021 il numero di carri armati è diminuito da 6.684 a 339, quello degli aerei da combattimento da 553 a 226.

La Commissione parlamentare delle Forze armate tedesche ha rilevato che molte caserme militari sono fatiscenti. Inoltre, l’esercito tedesco (Bundeswehr) conta attualmente su quasi 182 mila militari e circa 60 mila riservisti disponibili, Merz vuole portarli a 220 mila (a fronte dei circa 500 mila soldati in servizio durante la guerra fredda) ma potrebbe essere obbligato alla reintroduzione della coscrizione obbligatoria, come fa Zelensky in Ucraina. Deve fare i conti con l’età media del soldato tedesco, 34 anni: i giovani non vogliono essere chiamati a difendere il loro Paese.

Il vertice della Nato a L’Aia, insomma, rischia di trasformarsi nella solita, infruttuosa passerella mentre, fra una Berlino lanciata nella corsa agli armamenti e gli europei incapaci di fare la pace e la guerra, sul territorio ucraino si continua a morire.

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