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“I miei volevano che facessi l’avvocato, nella provincia italiana non c’è spazio per uno che suona il pianoforte”: la storia di Filippo Arlia, dalla Calabria alla Carnegie Hall di New York

Ha ospitato Richard Strauss, Billie Holiday, Maria Callas, Judy Garland, i Beatles, Tony Bennett e molti, molti altri. Ora la Carnegie Hall, la più famosa sala da concerti di New York, ha aperto le porte (per la seconda volta) a Filippo Arlia, pianista e direttore d’orchestra enfant prodige. Una storia di successo partita dalla Calabria, terra che non ha mai lasciato e dove anzi ora cerca di restituire la sua esperienza ai ragazzi, i musicisti di domani. Cresciuto con due genitori musicisti, è facile immaginare che la vocazione per la musica sia arrivata presto. E invece no: “All’università ho studiato Giurisprudenza, perché mia mamma desiderava che facessi l’avvocato e ci ha provato con tutte le sue forze – racconta a FqMagazine.it nel camerino, prima del concerto – Ma non c’è stato niente da fare perché non c’era la passione e senza la passione, secondo me, non viene bene neanche un piatto di pasta”.

“Nella provincia italiana – prosegue – esistono solo cinque mestieri: il medico, l’ingegnere, l’avvocato, il prete e il farmacista. Dove deve andare uno che suona il pianoforte?”. Guardando al curriculum del Maestro Arlia, la risposta è: ovunque. Classe 1989, Filippo Arlia ha già tenuto più di 500 concerti come solista e direttore in più di 30 Paesi: dalla Filarmonica di Berlino alla Scala, dall’Opera di Mosca alla Carnegie Hall di New York, dove è tornato quest’anno per la seconda volta. Tra le orchestre che ha diretto ci sono nomi ben noti ai cultori della musica classica: Berliner Symphoniker, I virtuosi del Teatro alla Scala, l’Orchestra Sinfonica di Sanremo. Ha all’attivo 20 album, oltre ad aver lavorato con nomi del calibro di Stefano Bollani, Sergei Nakariakov, Danilo Rea, Giovanni Sollima, Eugenio Bennato e Barbara Frittoli.

“La verità è che io sono uno dei pochi fortunati che si può permettere di esercitare questa attività nella provincia, vivendo nella provincia italiana. Però ci sono tanti ragazzi che se non vanno fuori a vivere non lo possono fare, ed è un discorso che vale anche per la danza, per la pittura, la scultura…” La sua decisione di restare in provincia, dice, è legata ai ragazzi a cui insegna al Conservatorio Statale di Musica P. I. Tchaikovsky a Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro. “Ho iniziato a insegnare in Conservatorio giovanissimo, e questo ha fatto la differenza nella scelta di rimanere”. Oltre che un insegnante, Filippo Arlia è stato il più giovane direttore di un Conservatorio, guidando il Tchaikovsky dal 2014 al 2020. “Poco fa ho mandato un messaggio al direttore amministrativo del conservatorio, dicendogli: vuoi vedere un’immagine di una scuola di musica che ha compiuto la sua missione? Gli ho mandato la foto di Nico al pianoforte con la sala alle spalle”.

Il “Nico” è Nico Fuscaldo, pianista e insegnante a sua volta al conservatorio P. I. Tchaikovsky. La sua storia è l’esempio perfetto di come un conservatorio di provincia possa essere un formidabile strumento formativo, nonché un trampolino per una carriera nella musica. “Nico Fuscaldo è stato un mio alunno – prosegue Arlia – Ha studiato con me per quasi dieci anni”. Magari non tutti gli allievi diventeranno musicisti di professione, aggiunge, ma saranno comunque stati educati all’ascolto della musica e alla bellezza: “Potrebbero essere i futuri abbonati di un teatro, o semplicemente appassionati”.

Come sottolinea Colombo Carello, presidente del Conservatorio, non sono tante le realtà locali a poter vantare legami con le principali sale da concerti d’Europa e del mondo. Un risultato che si ottiene con uno sforzo congiunto, con una strategia lungimirante e con una visione chiara della musica come professione a tutti gli effetti. “Paradossalmente, secondo me, la provincia italiana rappresenta il futuro– riprende il direttore d’orchestra – Perché laddove non c’è tradizione per portare la gente a teatro devi inventarti qualcosa di speciale. Il pubblico non viene a teatro perché è un’istituzione, ma perché devono essere per forza interessati allo spettacolo che tu stai facendo”. Il rapporto tra tradizione, innovazione e modernità è un dibattito aperto nel campo della musica classica. “Riflettevo sul fatto che chi studia cinematografia, per esempio, sa come si facevano le riprese negli anni 60, però poi riprende come si fa nel 2025 – prosegue – Noi musicisti invece no: studiamo il 700 e continuiamo a fare musica com’era nel Settecento. Quindi è veramente tosta, ma a un certo punto anche noi dovremo uscire da questo guscio in cui ci siamo chiusi e vedere che quello che fa la differenza è l’indice di gradimento del pubblico”.

Motivo per cui, tra tutti i compositori, Astor Piazzolla è il suo cavallo di battaglia: “Scriveva con una tecnica di musica classica, ma poi il risultato finale è vicino alla musica da film, al tango, alla Milonga, alla balera. Non è solo un autore, è un genere musicale a sé stante ormai”. Anche il concerto alla Carnagie Hall, per inciso, era un omaggio a Piazzolla. Il Maestro Arlia ci tiene a rompere lo stereotipo dei “quadri antichi” e del direttore d’orchestra come figura mistica – quasi sempre canuta nell’immaginario collettivo, austera, impettita. Insomma: vecchia. “Più che la musica classica – ammette – ascolto il soul, il blues, il jazz”. Anche i direttori d’orchestra, scopriamo, hanno Spotify: l’artista che ha ascoltato di più lo scorso anno era Frank Sinatra.

Da uno che viene premiato dalla Sapienza di Roma con la Medaglia d’Oro prima di compiere trent’anni, al contrario, non ci si aspetterebbe tanta ironia e un approccio decisamente alla mano. Essere giovani, nel suo campo, non è sempre un vantaggio: “Il primo concerto con l’orchestra l’ho fatto quando avevo 21 o 22 anni, qualcosa del genere. Immagino cosa hanno pensato i professori d’orchestra vedendo salire in pedana un ragazzino: hanno un atteggiamento di protesta, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Dalla serie: ora arrivi tu a dire a noi come dobbiamo fare l’arcata, il vibrato?” All’estero invece “essere giovani non è una colpa”. Ma l’Italia è quello strano Paese in cui, professionalmente parlando, si è giovani fino ai capelli bianchi. “Col tempo questa cosa cambia, però all’inizio è veramente complicato”.

I due concerti di Filippo Arlia a New York
Ogni spettacolo, in realtà, ha il suo grado di complicazione: non importa quante volte hai suonato un certo pezzo “la strizza dello spettacolo c’è sempre”. Anche se la Carnegie Hall ha una storia leggendaria, dice il Maestro Arlia, è un palco “accogliente”. Anche la sera del concerto lo conferma: il primissimo applauso all’orchestra diretta da lui è il più generoso di tutta la serata. Filippo Arlia riceve non una, ma due standing ovation dallo Stern Auditorium: non lo diciamo per campanilismo, abbiamo preso nota. Il programma della serata era costruito in crescendo: il Magnificat di Bach diretto da Matthew Myers, Le Vesperae solennes de confessore K.339 di Mozart dirette da Clell Wright e infine Astor Piazzolla con la direzione di Filippo Arlia. E non c’è nulla da fare: la capacità di Piazzolla di avvinghiare, esaltare e commuovere il pubblico è fuori discussione. Poi il bis il 15 giugno, con il concerto del progetto Duettango X5: un’esperienza musicale unica che fonde le sonorità del tango argentino con l’improvvisazione jazz. Arlia (al pianoforte) è stato affiancato da Marco Gemelli al bandoneón, Andrea Timpanaro al violino, Marco Acquarelli alla chitarra e Filippo Garruba alle tastiere. La prossima data per sentire il Maestro all’opera è il 29 luglio. Appuntamento al Teatro antico di Taormina con l’Aida di Verdi.

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