Dik Dik, domenica concerto a Olevano «Vi porto la musica degli anni ’60 e ’70»
«A Olevano canteremo e racconteremo gli anni Sessanta, con uno sguardo all’attualità». Pietruccio Montalbetti introduce il concerto dei Dik Dik in programma domenica, 13 luglio, alle 21.30, in piazza della Libertà (il municipio del centro lomellino): l’84enne chitarra solista è il fondatore del gruppo che compie sessant’anni di carriera.
A Olevano suonerà a fianco di Giancarlo “Lallo” Sbriziolo, componente della formazione originaria, Gaetano Rubino e Mauro Gazzola. Pietruccio, lei conosce Pavia e la sua provincia?
«Conosco molto bene Pavia perché, dopo aver vinto una borsa di studio della Edison, ero entrato al collegio maschile Sant’Agostino per studiare da perito elettronico. Devo ammettere che non ero uno studente modello perché, durante le lezioni, la mia mente volava per il mondo: all’epoca sognavo di fare l’esploratore. Fra l’altro, l’elezione di papa Leone XIV mi ha fatto rievocare gli anni trascorsi con i padri Agostiniani di Pavia».
Che cosa ricorda della sua adolescenza milanese?
«Mi tornano alla mente i compagni di scuola e di giochi che poi hanno fatto carriera nel mondo dello spettacolo. Nel quartiere attorno a via Stendhal e lungo le rive dell’Olona c’erano Cochi Ponzoni, mio compagno di terza elementare, Moni Ovadia, Ricky Gianco e Aldo Reggiani, noto per aver recitato nello sceneggiato “La freccia nera”».
Come sarà il concerto di Olevano?
«Proporremo i grandi successi degli anni Sessanta e Settanta, ma anche i brani del nostro ultimo cd, “Una vita d’avventura”. Poi, attraverso la proiezione di immagini sul palco, racconteremo che cosa furono gli anni Sessanta: da Woodstock a Gandhi e a Martin Luther King. Il desiderio di pace diffuso fra milioni di giovani in tutto il mondo, con uno guardo a quanto sta accadendo oggi sotto i nostri occhi».
Voi avete mai incontrato gli autori delle canzoni tradotte in Italia?
«Io ho conosciuto solo Gary Brooker, leader dei britannici Procol Harum. Aveva ascoltato “Senza luce”, la versione italiana della loro “A whiter shade of pale”, con il testo di Mogol, e si era complimentato. “Avete suonato in modo perfetto la celebre intro di organo Hammond e, soprattutto, ci avete fatto guadagnare un sacco di soldi con i diritti d’autore”, mi confessò. Nel 1967 la nostra “Senza luce” raggiunge il primo posto in classifica».
Poi c’era “Sognando California”.
«Era il 1966. Mogol mi fece ascoltare una canzone dei “Mamas & Papas” appena uscita negli Stati Uniti, “California dreamin”. Il successo era clamoroso: l'impasto delle voci, la melodia trascinante e le soluzioni musicali, con l'assolo di flauto al termine della seconda strofa, mi colpirono molto. Così convinsi Mogol a scrivere un testo in italiano: Giulio si è mantenuto abbastanza fedele al testo originale lasciando inalterato il desiderio del caldo di Los Angeles, che nasce da una fredda realtà evidenziata dal cielo grigio e dalle foglie gialle».
Altro successo fu “L’isola di Wight”.
«L’originale era una canzone del francese Michel Delpech uscita nel 1969, che evocava i festival dell’isola britannica. La versione in italiano uscì l’anno dopo con i testi di Claudio Daiano e Alberto Salerno perché avevamo da poco interrotto la collaborazione con Mogol e Battisti. Volevo dedicare una canzone al fenomeno dei raduni pop: la incidemmo in fretta e furia ottenendo un grande successo».
Un altro innovatore è stato Lucio Battisti.
«Da alcuni anni troppa gente sostiene di “aver scoperto” Lucio Battisti. Io, invece, amo ripetere che ci siamo semplicemente incontrati, come ho ricordato nel libro “Storia di due amici e dei Dik Dik”. Un’amicizia nata sulle note in una sala di registrazione e consolidata nell’arco di una vita intera. Eravamo a Milano, in un cinematografo di via dei Cinquecento dove si tenevano i provini dell’etichetta Ricordi. Un giorno mi disse: “Sono Lucio di Poggio Bustone”. Eravamo due ragazzi che sognavano il successo: i primi accordi, i primi concerti con la band e le scorribande su e giù per l’Italia a bordo di un’inossidabile Cinquecento. Gli anni del Cantagiro, dei grandi successi e della consacrazione nell’olimpo della musica italiana».
Perché le vostre canzoni riscuotevano tanto consenso di pubblico?
«Fino all’inizio degli anni Sessanta, la musica italiana si basava su due pilastri fondamentali: l’opera lirica e la musica napoletana. I giovani di allora, invece, iniziavano ad ascoltare le canzoni trasmesse dalle radio straniere, fra cui Radio Lussemburgo».Umberto De Agostino