Processi al collegio Ghislieri, quando il rettore era anche giudice
L’Archivio storico del Ghislieri - al centro del recente progetto di riordino e catalogazione – racconta un passato nel quale il rettore - all’epoca noto come prefetto del collegio – esercitando le funzioni di giudice aveva quasi potere di vita e di morte sugli alunni. «Nelle carte relative al periodo tra il Seicento e i primi decenni del Settecento – spiega Emanuele Colombo, ghisleriano, docente di Storia Economica della Cattolica di Milano e coordinatore del progetto, cofinanziato da Regione Lombardia – emergono una serie di casi giudiziari che evidenziano anche il conflitto con gli altri poteri che cercavano di avocare a sè i procedimenti, sottraendoli al rettore».
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Il contenzioso col vescovo
Accade nell’estate del 1702, quando il vescovo di Alessandria invoca l’applicazione delle “Bolle Pontificie” nel processo intentato contro il giovane chierico Giovanni Stefano Pratta, studente del Ghislieri. La vicenda è scabrosa, Pratta deve rispondere dell’omicidio, avvenuto a Broni, di un tale Gaetano Ravazzolo. Un altro grave fatto di sangue, risalente al marzo 1661, riguarda il ferimento, con un colpo di archibugio, di Rochi Rigoni, detto il “Verdini”, oste della trattoria “La Rossa”, da parte del collegiale Hyeronimus Bellazzo, figlio di Bartolomeo. La vittima viene interrogata in presenza del medico chirurgo Giovanni Battista Ghiringhelli che gli ha estratto la palla dal ventre consegnandola poi al podestà di Alessandria. Tra i testimoni oculari, il suonatore Cristoforo de Colli Cantoni.
Un furto di coperte è il movente che induce il collegiale Giuseppe Merea, di Genova, a ferire con un temperino il tortonese Giuseppe Villano, suo compagno di studi. Siamo nel maggio 1692. Pietro Paolo Beccaria testimonia al processo che Merea dopo l’aggressione, si era dato alla fuga, probabilmente con l’intenzione di lasciare il territorio del Ducato di Milano per fare ritorno nella natia Genova, dove avrebbe potuto godere della protezione familiare, ma era stato arrestato in Borgo Ticino (di strada, quindi, ne aveva fatta pochina...) e ricondotto al Ghislieri. Villano, ripresosi dalla ferita, fornisce la sua versione dei fatti, spiegando che aveva condotto «due forestieri» in visita al collegio e che con uno di questi, tal Carlo Andrea Daiderio, era entrato nella camera di Merea; questi alla sua vista gli aveva sferrato un pugno per poi menargli un fendente. Merea, studente di Medicina, figlio di Colombano (che ne assume la difesa), ribatte cercando di giustificare la sua azione con un «moto di collera» per vedersi burlato da tutti dopo la sparizione delle coperte. Uno “scherzo da caserma” o meglio da collegio che aveva rischiato di finir male. Al banco, per deporre, si presenta anche il cameriere Giovanni Amigoni che, in un altro spaccato di vita collegiale seicentesca, riferisce che il suo lavoro consiste«nel far li letti agli scolari, e portarli sopra acqua per lavarsi le mani e far altre cose solite».
Le carte processuali, «sono raccolte in una quindicina di cartelle – spiega il professor Colombo – Il grosso del materiale di archivio è relativo alla gestione delle risorse economiche. Con pochi lasciti a disposizione, nei secoli tra Cinquecento e Settecento, si dovettero necessariamente ricavare altrove i fondi, ad esempio dirottandoli da San Pietro in Ciel d’Oro (con grande disappunto dei monaci) e facendo fruttare il patrimonio fondiario, con lo sfruttamento dei terreni e delle preziose risorse idriche».
LE TAPPE
8 marzo 1661 - Processo contro Hyeronymum Bellazzo accusato di aver ferito con un colpo di archibugio Rochi Rigoni detto Verdini. La vittima è interrogata alla presenza del chirurgo GianBattista Ghiringhelli che gli aveva estratto la palla dal ventre consegnandola al podestà di Vigevano.
11 maggio 1692 – Viene sentito come teste Pietro Paolo Beccaria nella causa contro l’alunno Giuseppe Merea fuggito dal collegio dopo aver gravemente ferito il compagno di studi Giuseppe Villano di Tortona Merea, genovese, era stato arrestato dal “baricello del pretorio” e ricondotto al Ghislieri per essere processato.
30 agosto 1702 – Dell’uccisione a Broni di Gaetano Ravazzolo viene incolpato il chierico Giovanni Pratta alunno del Ghislieri Nasce un contenzioso col vescovo di Alessandria che vorrebbe avocare a sè il procedimento.
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