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Ocalan rilancia il disarmo curdo, ma in Siria gli opposti estremismi minacciano l’accordo tra curdi e Damasco

Con il tempismo dei veri leader, Abdullah Ocalan è tornato a chiedere ai curdi di rispettare e applicare la decisione assunta nei mesi scorsi: disarmo, negoziato politico. Le immagini dei suoi che bruciano le armi hanno rapidamente fatto il giro del mondo. Il leader curdo ha  riproposto una ricetta che non riguarda solo la questione curda in Turchia, ma il nodo decisivo che arroventa il confronto in molti altri Paesi dove vivono i curdi, a cominciare dalla Siria. Problemi che lì si pongono per loro sono gli stessi, sebbene in un contesto molto diverso. Grazie alla sua straordinaria e drammatica esperienza Ocalan ha capito che solo la non violenza rompe il circolo vizioso della violenza, che arroventa e sgretola l’uomo tra opposti estremismi che si alimentano a vicenda. Questo è il punto drammatico dell’oggi e lo dimostra la situazione di queste ore in Siria, dove la questione delle armi decide del futuro di questo Paese. 

Le sue parole hanno una evidente ricaduta politica diretta sul nuovo assetto siriano, dove i curdi sono una componente decisiva per consentire o impedire una stabilizzazione del quadro politico e militare. Come in Turchia anche in Siria l’identità curda è stata negata per decenni, tanto che la lingua curda non era riconosciuta, le loro feste proibite, ai curdi siriani negato anche il passaporto.  Poi Assad aprì, ma non ai curdi siriani, sempre discriminati, ma ai curdi del PKK in funziona anti turca. Loro, i guerriglieri curdi originari della Turchia, potevano combattere il governo turco dal territorio siriano. Poi con la guerra civile i curdi si sono conquistati una loro autonomia e nel nome della lotta al terrorismo dell’Isis hanno conseguito l’appoggio americano che li ha sostenuti. 

Da quando è nata la nuova Siria i curdi restano in armi, gestendo con le proprie milizie i territori che controllano, il nord-est della Siria. Ovviamente non si fidano delle nuove autorità islamiste di Damasco e temono le azioni militari dei turchi, alleati del governo siriano, del quale sono ritenuti i “padrini”. Esiste la Siria? Dipende in gran parte dall’accordo che il governo centrale siriano e i leader curdi stanno cercando. 

In questi giorni infatti è cominciato il confronto tra curdi e autorità centrali della nuova Siria, arroventato ovviamente. Sono ben visibili due opposti estremismi che si alimentano e legittimano reciprocamente. L’estremismo presente in settori del governo siriano pretende che i curdi riconoscano a Damasco il più assoluto centralismo, il controllo cioè dell’esercito, nel quale i curdi si dovrebbero sciogliere, e delle risorse nazionali, che il governo centrale dovrebbe gestire a proprio piacimento. L’estremismo presente in settori della delegazione curda, che da quello siriano è alimentato, chiede una scelta federalista che le assegni il pieno controllo delle risorse regionali e un meccanismo militare che faccia della propria milizia una sorta di corpo autonomo nell’esercito siriano al quale viene delegato il controllo di quel territorio.  

A giustificare gli opposti estremismi ci sono ovviamente fondate diffidenze come opposti estremismi ideologici, diversi integralismi: gli estremisti nel governo siriano ritengono che ogni cedimento minerebbe l’unità dello Stato e quindi la sicurezza interna della Siria, e l’estremismo curdo legittima questi loro timori. Gli estremisti curdi temono che la loro identità verrebbe negata e quindi la loro sicurezza subordinata all’accettazione di un potere che non li coinvolge, non li riconosce, li discrimina: e l’estremismo dell’ideologia che ispira i governanti siriani legittima i loro timori. 

A complicare il quadro, accanto all’ideologia totalitaria del PKK che domina il campo curdo infatti c’è la natura tutt’altro che moderata, o incline a tutelare tutti i cittadini, della nuova autorità di Damasco, guidata dal Ahmed al-Sharaa, i cui trascorsi in al Qaida e nell’Isis sono noti. E non solo i suoi ovviamente. Questo estremismo “d’origine” rafforza le resistenze dei suoi interlocutori. Come i trascorsi dei guerriglieri curdi, in gran parte provenienti dal PKK che è stato analogamente “terrorista” per molti, o quasi tutti, non rasserena i suoi interlocutori. La storia, i trascorsi, non facilitano.  Serve qualcuno che rafforzi i moderati nei due campi, che ci sono e hanno idee convincenti: autonomia amministrativa per le aree curde, ingresso dei curdi nell’esercito nazionale, non alla spicciolata ma comunque sotto il comando di generali nominati da Damasco. Faticoso, ma possibile. 

Ma gli ex alleati dei curdi, i loro sponsor per così dire, sembrerebbero ora propendere per il centralismo turco-siriano: la posizione degli americani infatti, che sin qui hanno sostenuto i curdi, appare volerli indurre a rinunciare a inutili pretese e accettare quanto offre Damasco. L’intenzione sarebbe quella di chiudere i giochi e avviare subito verso la stabilizzazione il Paese; è comprensibile, è un’intenzione giusta, ma non è detto che così ci si riesca e l’esito può essere negativo. Il centralismo della nuova Damasco potrebbe essere “radicale” e la radicalizzazione del dissenso curdo potrebbe portare per alcuni di loro, non per tutti ovviamente, le lancette della storia indietro nel tempo, rovesciando l’immagine delle armi abbandonate dai miliziani del PKK nelle ore appena trascorse. Favorire i convergenti moderatismi sarebbe l’altra opzione, coinvolgendo e non imponendo, tessendo e non tagliando. E’ una strada faticosa, certamente, e dopo aver perso tanto tempo i problemi, le sfide sono diventate assillanti. Così, volendo far presto, non è detto che si faccia bene.

Il problema però è sempre lo stesso: perseguire la “piena vittoria”, non un onorevole e ragionevole compromesso.    

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