Martina Marchiò e l’inferno di Gaza: «Un dovere testimoniare»
RIVAROLO CANAVESE. Sappiamo tutto degli uomini che fanno le guerre, ma non sappiamo nulla delle donne e degli uomini che lottano per fermarle e le loro azioni restano ignorate.
Martina Marchiò, infermiera di Rivarolo, è una di queste. Appena tornata da una missione con Medici senza frontiere (Msf) tra le macerie e il dolore di Gaza, Martina ha scelto di non arrendersi al silenzio. Ha trasformato l'orrore e la flebile speranza vissuti in un libro toccante e indispensabile: “Brucia anche l’umanità” (Infinito Edizioni). Martina Marchiò è nata nel 1991 a Torino. È di Rivarolo e la sua scelta di vita e l’impegno nell’aiuto umanitario è iniziato quasi per caso.
LA LAUREA A IVREA
«Nel 2010 ho frequentato il corso di laurea in infermieristica a Ivrea – racconta Martina – nel corso degli anni mi sono appassionata a questa professione». La svolta verso l'impegno internazionale è arrivata con l'incontro con Medici senza frontiere. «Alcuni operatori dell’organizzazione non governativa erano venuti a parlare in Università e così mi sono incuriosita», prosegue. Un'esperienza di volontariato in Kenya con una piccola associazione ha consolidato la sua vocazione. «Una volta laureata, ho capito che volevo fare questo. Dopo tre anni, nel febbraio 2017, sono stata selezionata per la mia prima missione con Medici senza frontiere». Da allora, le missioni si sono susseguite senza sosta, disegnando una mappa del dolore ma anche della speranza: dal Congo al Mozambico, dal Sudan al Bangladesh, passando per la Grecia dei migranti per arrivare in Brasile e Messico. Ma è stata Gaza a lasciare un segno indelebile, un viaggio nell'animo umano segnato dalla brutalità e dalla insensatezza di un eccidio. «Questo è il mio lavoro, mi impegna totalmente – afferma Martina – poi prendo delle pause per riposare e torno in Italia, soprattutto per testimoniare».
OBIETTIVO TESTIMONIARE
Ed è proprio questa la seconda, fondamentale missione di Martina: raccontare, in particolare l'esperienza di Gaza. La sua è una necessità impellente di spezzare il silenzio sull'orrore e di dare voce alla straordinaria dedizione degli operatori umanitari. Testimoniare per non dimenticare: in questi giorni si ricordano i 30 anni dall’eccidio di Srebrenica. Martina aveva 4 anni. E il suo testimoniare è dell’orrore di oggi. Il suo libro è una testimonianza cruda del peso psicologico, della sofferenza fisica, della paura costante e della frustrazione di fronte a una violenza che sembra non avere fine né visibilità mediatica adeguata. Martina descrive la motivazione che la spinge come qualcosa di viscerale. «È una spinta che viene da dentro e non c'è un motivo razionale – spiega – è un'idea che diventa una missione di vita. È un qualcosa che uno sente. C'è qualcosa che scatta e si va». Sebbene ogni esperienza con Medici senza frontiere abbia rappresentato una sfida, Gaza, come lei stessa sottolinea, ha lasciato una cicatrice profonda. «Ogni esperienza è di grande crescita. Si torna arricchiti ma si vive anche una grande difficoltà dovuta all'impotenza, ai limiti che abbiamo – ammette Martina – non è sicuramente facile lavorare in contesti di ingiustizia e disuguaglianza. Ma quando si torna in Italia e vedo la gente partecipare agli incontri, ritorna anche la fiducia». E si torna a Rivarolo dove l’aspetta una bella famiglia, le sue amicizie che Martina non trascura e il cane Dino. Il racconto di Martina getta luce sulla devastante realtà umanitaria di Gaza, dove, secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre l'85% della popolazione è sfollata e si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, con carenze estreme di cibo, acqua, medicine e ripari. Gli attacchi incessanti e il blocco delle forniture hanno trasformato l'enclave in un'area inabitabile, come più volte denunciato dalle organizzazioni internazionali. «Dopo l'esperienza di Gaza ho perso un po' la fiducia nelle istituzioni, negli organismi internazionali, nella vita in generale – confessa Martina – bisogna però ritrovare quella spinta, la scintilla che ti fa dire: ok, ne vale la pena».
I momenti più difficili, spiega, sono quelli in cui ci si scontra con limiti insormontabili, situazioni disperate che non si possono cambiare. «E poi c'è il momento dei saluti. In contesti come Gaza, salutarsi vuol dire non sapere se si rivedranno i colleghi e soprattutto non sapere cosa possa accadere. Si rimane con il privilegio di potersene andare – dice – mentre l'orrore continua».
SPERANZA OLTRE LA GUERRA
Eppure, gli occhi verdi di Martina riescono a scorgere una speranza anche oltre la mostruosità della guerra. «A Gaza ho il ricordo di una bambina di otto anni che era stata ferita alle gambe e che veniva nei nostri ambulatori per ricevere le medicazioni e fare la fisioterapia – conclude emozionata – vederla muovere i primi passi , settimana dopo settimana, è stata una cosa che ha emozionato tutta l'equipe di Medici senza frontiere. Questi sono i momenti che ti fanno di nuovo ritrovare la speranza e la voglia di continuare a fare questo lavoro». Martina Marchiò non ha paura di guardare l'orrore negli occhi. Torna per raccontarlo. Una necessità impellente di rompere il silenzio.