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Alberto Trentini prigioniero in Venezuela: cosa racconta un ex detenuto sulle trattative per tornare a casa

Tra qualche giorno Alberto Trentini raggiungerà l’ottavo mese in carcere, al Rodeo I, lontano da casa e senza possibilità di comunicare con i suoi parenti. L’unica crepa di luce, dopo la chiamata dello scorso 16 maggio ai familiari, si è insinuata qualche giorno fa con le parole di un ex-detenuto svizzero che è rimasto nove mesi al penitenziario de El Rodeo I. Lì ha conosciuto il cooperante veneto: lo ha visto arrivare a Boleita, nel quartier generale della Direzione di Controspionaggio militare, ed è stato trasferito insieme a lui a El Rodeo I. “Alberto sta bene, fisicamente è a posto”, ha confermato l’ex-detenuto che dopo il rilascio ha cercato di fare la propria parte ricordando che “nessuno merita di stare lì, tantomeno se innocente”. Lo dice mentre in Venezuela proseguono torture e interrogatori volti a estorcere dichiarazioni false, ma funzionali ai timori di cospirazioni e tentati colpi di Stato che rendono teso l’ambiente di Caracas.

I punti chiave – Ma al di là di questi aspetti, la testimonianza dell’ex-detenuto fornisce almeno tre indicazioni chiave su come liberare Alberto e chiunque altro si trovi nella sua condizione. La prima riguarda la trattativa, del tutto riservata, portata avanti dal ministero degli Esteri svizzero, di cui neppure lui era a conoscenza. Quel che si sa è che la contropartita è “costata cara” a Zurigo, epicentro di consistenti interessi finanziari – e non solo – per le élites di Caracas. “Siamo pedine di scambio”, e qualcuno forse lo sapeva, ma il significato è ben diverso laddove è la pedina stessa a dirlo. Il secondo punto è che a Caracas decidono almeno in tre: il presidente Nicolas Maduro, il capo dell’esercito Vladimir Padrino Lopez e il ministro dell’Interno Diosdado Cabello. Loro possono seguire le trattative in prima persona, al punto di garantire in prima persona che il detenuto in questione raggiunga l’ambasciata. Basterebbe recarsi lì direttamente, senza guardare nessuno dall’alto in basso. Il terzo: devono pensarci i governi, magari con l’aiuto di altri pochi affidabili come la Chiesa cattolica. Ma il titolare della trattativa con Miraflores resta e resterà lo Stato italiano.

Dov’è la premier – Tuttavia la premier Giorgia Meloni non reagisce a nessuna sollecitazione né da parte della madre di Alberto né da altre voci. Almeno a livello pubblico Meloni – che non può certo dirsi ignara di ciò che dicono gli organi stampa – si è mostrata indifferente. Al momento l’intera vicenda sulle spalle del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano, dell’Aise e della Farnesina, che finora si sono impegnati oltremodo per riportare a casa Alberto. A mancare è un tassello fondamentale: quello dei decisori politici, che hanno l’ultima parola. Sappiamo che la trattativa in corso per la liberazione di Alberto è di carattere riservato, ma il governo italiano ovviamente conosce le condizioni di favore richieste da Caracas per il rilascio del cooperante. E lo scambio avrà un suo costo, come ha riferito l’ex-detenuto svizzero qualche giorno fa. Ma mai abbastanza come la vita di un ostaggio innocente, tra l’altro impegnato in favore degli ultimi. E con la vita s’intende anche il tempo, che passa mentre i genitori – già in precarie condizioni di salute – aspettano il ritorno di Alberto in perenne angoscia.

Il contesto – La cifra dei prigionieri politici stranieri in Venezuela rimane stabile a 934, tra cui più di ottanta stranieri. Gli italo-venezuelani reclusi nel Paese sono sette, compresi i casi più eclatanti come lo sono Americo De Grazia e Biagio Pilieri, che risentono di un quadro di salute assai delicato. Buona parte di loro spera nell’esito delle trattative a tre che coinvolgono Caracas e San Salvador sotto lo sguardo vigile di Washington e che prevedono il rilascio di 250 venezuelani tuttora detenuti al Centro di confinamento del terrorismo e per altrettanti prigionieri politici reclusi nel Paese sudamericano. Stando alla versione del New York Times, la trattativa si sarebbe arenata anzitempo a causa del mancato coordinamento tra il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela Ric Grenell, che hanno due visioni diametralmente opposte su Caracas.

Rubio promuove una linea di fermezza fondata su sanzioni a tutto tondo sul Venezuela. Grenell punta invece sulla mediazione: ha ottenuto il rilascio di sei detenuti Usa in Venezuela, e vorrebbe fare altrettanto con otto concittadini rimanenti. Le divisioni tra i due si confermano con la liberazione di Joseph St. Clair: Grenell era partito da Caracas con l’accordo per il rinnovamento della licenza Chevron, ma Rubio ha fatto saltare tutto. “Il governo venezuelano ci spera ancora”, ha fatto sapere Cesar Batiz, direttore del giornale d’inchiesta El Pitazo Tv, sottolineando che “migranti e detenuti politici sono solo merce di scambio di interessi ben più grossi”. Fonti vicine alle trattive assicurano che i colloqui restano in piedi, al di là degli insulti che Caracas e San Salvador si scambiano in pubblico. In ballo ci sono anche 18 bambini migranti, tuttora trattenuti dagli Stati Uniti, e per i quali il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha chiesto l’intervento di papa Leone XIV attraverso il nunzio apostolico a Caracas Alberto Ortega.

L'articolo Alberto Trentini prigioniero in Venezuela: cosa racconta un ex detenuto sulle trattative per tornare a casa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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