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La Costituzione tradita delle madri costituenti

di Alessia de Antoniis

Nell’Italia sconfitta e ancora afona, dove la guerra aveva disfatto ogni certezza e il futuro somigliava più a una domanda che a una ricostruzione, ventuno donne entrarono in Parlamento. Non ci entrarono per raccontare loro stesse, ma per farsi corpo collettivo di chi, per secoli, era rimasto fuori dalla storia scritta. Alcune venivano dalla montagna, dalla Resistenza armata, altre dalla scuola, dalla prigione, dalla fabbrica, dalla clandestinità. Tutte portavano con sé qualcosa che la Costituzione italiana, fino ad allora, non aveva avuto: la voce di chi, nella Storia, era stato sempre declinato al maschile.

A restituire quella voce, le tensioni, i fallimenti, è oggi il podcast istituzionale “I giorni delle Costituenti”, prodotto dalla Camera dei Deputati a ottant’anni dal suffragio femminile. Una drammaturgia civile che, ricucendo verbali, lettere, articoli, restituisce le parole vive e i silenzi pesanti di quelle donne. Tra queste, alcune spiccano per lucidità e ostinazione: Adele Bei, Nilde Iotti e Teresa Mattei.

«Noi non vogliamo che le donne italiane si mascolinizzino. Vogliamo che abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze nella ricostruzione democratica del Paese.» Marzo 1947, Montecitorio. A parlare è Teresa Mattei, 25 anni, ex partigiana. Sta chiedendo che nella Costituzione si scriva una parola: “di fatto”. Che non basti dire “uguaglianza”, ma si rimuovano gli ostacoli reali che la rendono impossibile.

Teresa Mattei aveva sfidato il fascismo, la scuola che la espulse per essersi opposta alle leggi razziali, la violenza del carcere. In Assemblea non cercava riconoscimento, ma giustizia. Capì prima degli altri che non esiste diritto se non è agibile. Che una donna può essere formalmente uguale all’uomo e restare esclusa, sfruttata, umiliata. Per questo insistette testardamente sul concetto di “uguaglianza sostanziale“. Chiese che fosse la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”. Denunciò la misoginia dell’Aula. Rifiutò ogni retorica identitaria. Rovesciò la domanda: non erano le donne a dover “meritare” la parità, era la Costituzione a doverla garantire.

È da lì che dovremmo partire, oggi. Non dalla celebrazione postuma, ma dalla consapevolezza che molto di ciò che Teresa Mattei, Nilde Iotti, Adele Bei e altre, scrissero, o tentarono di scrivere, nella Carta, non è stato compiuto. È stato tradito. O messo in standby.

Il podcast istituzionale “I giorni delle Costituenti”, prodotto dalla Camera dei Deputati, restituisce voce a quelle ventuno donne che parteciparono all’Assemblea. Ma se vogliamo davvero ascoltarle, dobbiamo spogliarci della retorica e del paternalismo. Perché quelle donne non erano “simboli”. Erano madri politiche. E la Repubblica, oggi più che mai, ha il dovere di fare i conti con ciò che ha fatto (o non ha fatto) delle loro parole.

Adele Bei, comunista marchigiana, parlò una sola volta in Aula. Era il 18 febbraio 1947. Ma bastò. Denunciò con forza la soppressione del Ministero dell’Assistenza Postbellica, ricordando i milioni di italiani ancora immersi nella fame, nei traumi, nella disoccupazione. Bei sapeva cosa diceva: a dodici anni lavorava nei campi. Fu condannata a diciotto anni di carcere per attività clandestina. Al confino di Ventotene, divenne colonna silenziosa della resistenza morale. E in Parlamento chiese una cosa precisa: che lo Stato non abbandonasse i più fragili. Che la Costituzione non dimenticasse i bambini senza pane. Il suo intervento fu un manifesto inascoltato dell’Italia profonda, quella che la politica fingeva già allora di non vedere.

Nilde Iotti, invece, lavorò nel cuore pulsante della Carta: la Commissione per la Costituzione. Propose l’uguaglianza giuridica tra i coniugi, la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio, il riconoscimento della maternità come funzione sociale. Si oppose all’indissolubilità del matrimonio, e perse. Ma vinse altrove: nel linguaggio della legge, nelle premesse del diritto. I suoi testi portarono la parola “gioventù” dentro l’articolo 31. Per lei, l’eguaglianza non era un punto programmatico: era la condizione minima perché lo Stato potesse definirsi democratico.

Ottant’anni dopo, mentre il divario salariale tra uomini e donne resta al 20%, la rappresentanza femminile in Parlamento fatica a superare il 33% e i servizi per l’infanzia coprono solo il 28% della domanda nella fascia 0-2 anni, le parole di Teresa Mattei suonano come un atto d’accusa: «Questo è solo un punto di partenza. Non certo un punto di arrivo». Mentre il lavoro femminile si consuma in silenzio, la maternità è tornata a essere un affare privato, i servizi sociali sono svuotati e le carriere delle donne si infrangono contro il soffitto di cristallo, quella voce risuona ancora.

Il podcast della Camera ci ricorda che quella Costituzione non è un monumento da celebrare, ma un programma da completare. Ascoltare oggi “I giorni delle Costituenti” non è un gesto celebrativo. È un’azione politica. Quelle voci ci obbligano a scegliere da che parte stare: se dentro la Costituzione reale, scritta, lottata, mai pienamente attuata, oppure dentro la sua caricatura.

Perché la storia non si onora con le commemorazioni. Si onora facendo esattamente ciò che chiesero quelle donne: realizzare la giustizia, di fatto.

I Giorni delle Costituenti – Podcast della Camera dei deputati a cura dell’Ufficio pubblicazioni e relazioni con il pubblico, realizzato con la collaborazione delle allieve dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. Disponibile su Spreaker, Spotify, Amazon Music e Audible.

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