La spiritualità laica: il cammino poetico di Antonietta Gnerre
Ci sono voci poetiche che non si impongono con il clamore, ma con la cura. La poesia di Antonietta Gnerre è una di queste: sobria, silenziosa, ma capace di lasciare impronte profonde.
Nata ad Avellino nel 1970, poetessa, saggista e scrittrice per ragazzi, Gnerre attraversa la parola con delicatezza e ascolto, facendo della memoria, della natura e della spiritualità le sue coordinate costanti. Eppure, questo non basta a definirne il percorso: la sua è anche una voce che si rivolge ai giovani, che coltiva lo stupore, che educa – nel senso più alto del termine – all’umanità.
Dai primi versi di Il silenzio della luna (1994) e Anime di foglie (1996), fino alla recente raccolta Umano fiorire (Passigli, 2025), l’opera della Gnerre si muove in un costante equilibrio tra intimità e universalità. La natura – foglie, rami, pigmenti, vetri, pioggia – non è mai soltanto sfondo o metafora, ma corpo vivo, specchio dell’interiorità. Le immagini sono essenziali ma mai spoglie; la parola è tersa, ma densamente abitata.
Un momento centrale in questo percorso è rappresentato da Fiori di vetro – Restauri di solitudine (2007), raccolta che già nel titolo racchiude la sua poetica: il fiore e il vetro, la delicatezza e la ferita, la trasparenza e il rischio. È una poesia che si muove sulle crepe della quotidianità, ma senza perdere la fede in una bellezza possibile. In questo libro, l’autrice sperimenta anche la frammentazione della parola, come se il verso, spezzato e fragile, potesse raccontare meglio il dolore e la ricerca di senso.
Nel 2010, con PigmenTi, il discorso si approfondisce: corpo, terra, sangue, linfa si intrecciano a un simbolismo naturale potente. L’Irpinia, terra natale della poetessa, non è solo luogo fisico ma orizzonte emotivo, sorgente e rifugio. La parola si fa pigmento, traccia, memoria del mondo e dell’intimità. È in questa fase che emerge con chiarezza una spiritualità laica, incarnata, mai predicata, ma vissuta tra le frasi e le immagini.
Un capitolo delicatissimo della sua opera è I ricordi dovuti (2015), raccolta che affronta il tema della memoria in tutta la sua densità emotiva. In questi versi, la memoria non è solo ricordo personale, ma responsabilità condivisa, atto di amore verso ciò che è stato. Una delle poesie è dedicata alle vittime del terremoto dell’Aquila, segno di un’attenzione etica che attraversa tutto il suo lavoro. La memoria qui non è mai nostalgia, ma materia viva, un’eredità che si rinnova e ci costruisce.
Con Quello che non so di me (2021), Gnerre compie un ulteriore passo: l’io poetico si moltiplica e si decostruisce. Il tempo, la femminilità, il ruolo della madre e della figlia, la vulnerabilità come forza: tutto si muove nei suoi versi in un equilibrio quasi musicale. La poesia diventa gesto di apertura, abbandono e ascolto dell’altro.
Infine, Umano fiorire sembra chiudere – o forse aprire – un cerchio. Dopo tanta introspezione, dopo il dolore e la perdita, ora la parola si fa promessa. Fiorire, in questa raccolta, non è semplice immagine stagionale, ma atto umano, scelta di rinascita. È come se, dopo aver attraversato le radici, il fango e la terra, la poesia della Gnerre trovasse finalmente la sua luce, sobria ma luminosa. In questa raccolta l’autrice raggiunge l’equilibrio tra spiritualità ecologica e disciplina dell’ascolto. Un fiore, sì, ma nato dal silenzio, dall’ascolto, dalla ferita:
“Bisogna aspettare in silenzio / per osservare il mappamondo / degli alberi fioriti”.
In un tempo dove spesso si scrive per gridare, Gnerre scrive per custodire. E la sua è una poesia che resta. Per adulti e ragazzi, per chi cerca senso, per chi ancora crede che ricordare sia un modo per vivere meglio. In silenzio, come un fiore che apre i petali.
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