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Acque agitate nel Mar Giallo: la Cina costruisce isole militari mascherate da strutture civili

Pacifico occidentale, 10 febbraio 2025. Una nave da ricerca sudcoreana, impegnata in una missione scientifica nel Mar Giallo, si avvicina a un’insolita installazione situata a circa 370 chilometri dalla costa coreana. Osservando meglio, il team scopre che si tratta di una grande gabbia gialla per l’acquacoltura. È stata posata accanto a quella che somiglia molto a una piattaforma petrolifera dismessa e ristrutturata, ma che mostra segni evidenti di un’attività umana molto recente, con tanto di eliporto e scialuppe di salvataggio evidentemente in piena operatività.

I ricercatori si domandano che cosa ci faccia quell’installazione in un’area solitamente interdetta alla navigazione commerciale (sono esentati solo i pescherecci), che per di più non è segnalata nelle mappe e sulla cui struttura appare la scritta in superficie Atlantic Amsterdam, lo stesso nome di una piattaforma petrolifera che era stata costruita dalla Francia nel 1982 e che non dovrebbe essere lì.

Soprattutto, l’equipaggio s’interroga sul chi e sul perché sia comparsa nella cosiddetta Pmz, un’area cuscinetto a metà strada tra Corea del Sud e Cina contesa tra Pechino e Seoul e per questo soggetta a un accordo siglato nel 2001 tra le due potenze asiatiche per risolvere le dispute sulla pertinenza delle acque territoriali. La risposta comunque non rimane evasa: mezz’ora dopo la scoperta, due navi senza vessilli e altre tre imbarcazioni più piccole compaiono all’orizzonte, circondando in breve la nave sudcoreana e impedendole fisicamente l’accesso al sito dove si trova la gabbia.

Gli uomini a bordo intendono costringere il naviglio sudcoreano a fare immediato dietrofront. I ricercatori restano disorientati, ma almeno adesso hanno compreso chi ha posato quella struttura. Per capirlo, sono bastati i segnali inequivocabili che alcuni membri dell’equipaggio di quella che pareva essere la guardia costiera di Pechino hanno lanciato ai coreani: brandendo dei lunghi coltelli da cucina, hanno suggerito loro di tenersi alla larga. Dopo due ore di tensione e minacce reciproche, l’unità sudcoreana torna alla base senza ulteriori indugi.

Il caso, ovviamente, non rimane sotto silenzio. Anche perché Seoul ha già denunciato molte altre volte la presenza nell’area di installazioni abusive cinesi tra il 2024 e il 2025, che hanno alzato il livello di guardia nell’esecutivo sudcoreano per le potenziali (e inevitabili) controversie territoriali che potrebbero scaturire con Pechino.

Alle proteste veementi dell’ambasciatore sudcoreano presso la Cina, il Dragone risponde attraverso il suo portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, cercando di ridimensionare la cosa: «Gli impianti di acquacoltura allestiti da un’azienda cinese nella Pmz non violano l’accordo tra Cina e Corea del Sud. Ci auguriamo che la Corea del Sud consideri la questione in modo obiettivo e ragionevole». La cosa finisce lì, ma solo apparentemente.

Il problema di fondo, infatti, è che questo episodio non è isolato e ha invece un rilevante peso geopolitico. È infatti il segno tangibile di una strategia precisa, ampia e silenziosa, da parte della Cina nel contesto del Mar Giallo. Di più: secondo gli analisti, questo stratagemma all’apparenza pacifico indica la volontà cinese di proseguire nella costruzione di isole artificiali offshore, preludio alla creazione di vere e proprie strutture militari mascherate da installazioni civili, che Pechino vorrebbe dotare poi di radar di sorveglianza, piste di atterraggio e persino di sistemi missilistici.

In questo modo, la Marina cinese potrebbe controllare un giorno l’intero Mar Giallo, a discapito dei suoi vicini, Corea del Sud in primis. Con il termine Mar Giallo, infatti, si indica quella parte dell’Oceano Pacifico, a Nord del Mar Cinese orientale, delimitata dalla costa continentale asiatica e dalla penisola coreana, che si estende per una superficie complessiva di circa 417 mila chilometri quadrati, lambendo i litorali della Repubblica Popolare di Cina e delle due Coree. Ironia della sorte, i coreani chiamano quest’area Mar occidentale. In una spinta neoimperialista, e in netta antitesi con quella denominazione, Pechino, sin dal giorno dopo la sigla dell’accordo per la Pmz un quarto di secolo fa, ha continuato a promuovere – e volutamente intensificare – attività provocatorie nell’area, in ragione di una strategia di pressione volta a rafforzare la sua proiezione militare in quelle acque, e al contempo tesa a limitare la libertà d’azione tanto dei suoi competitor asiatici, quanto della temibile flotta degli Stati Uniti.

Alcuni esempi della condotta di Pechino nel Mar Giallo: ha mascherato imbarcazioni militari e soldati da civili, ha provveduto all’installazione di migliaia di boe di segnalazione; ha organizzato periodicamente esercitazioni militari con unità da guerra e attualmente sta procedendo alla creazione di zone di fatto inaccessibili alle flotte commerciali, perché dichiarate interdette alla navigazione. A queste manovre si aggiungono incursioni ripetute in acque straniere, e la costruzione di strutture permanenti come quelle sopra descritte.

La tattica dei cinesi indica dunque una volontà precisa di alterare gli equilibri regionali a proprio favore, riducendo il margine operativo, sia militare sia commerciale, delle forze straniere – siano esse coreane, giapponesi, statunitensi o altre. Questi atti volutamente ambigui, non propriamente ostili ma nemmeno amichevoli, sono funzionali a testare la tenuta dell’alleanza filo-occidentale in Asia orientale, e a sondare le possibili modalità e tempistiche di reazione degli avversari.

Secondo l’Asan Institute for Policy Studies, «la Cina non ha bisogno di un conflitto aperto: le basta alterare lentamente le regole del gioco. Ogni nuova installazione o violazione non è un’eccezione, ma parte di una strategia di normalizzazione dell’anomalia». In altre parole, l’obiettivo non è solo militare, ma soprattutto psicologico e diplomatico. I numeri non mentono: nel solo 2024, oltre 330 navi cinesi sono entrate illegalmente nelle acque territoriali sudcoreane. Nel 2023, 130 aerei cinesi hanno varcato lo spazio aereo della Corea del Sud, molti dei quali proprio sopra il Mar Giallo. Le autorità sudcoreane, costrette a far decollare ripetutamente i propri jet da intercettazione, denunciano quest’anno una pressione senza precedenti.

La delimitazione di un’area cuscinetto concordata tra le parti, dunque, resta sulla carta e non sembra bastare più alla Repubblica popolare, che ambisce al controllo completo del Mar Giallo. Un’area di chiara rilevanza geopolitica che potrebbe rivelarsi decisiva, specie in caso di escalation tra Washington e Pechino sul dossier Taiwan.

Perciò, anche il Giappone ha esteso le operazioni di sorveglianza della sua marina fino ai confini occidentali del Mar Cinese, inserendo formalmente il Mar Giallo nei piani strategici 2025 per «il contenimento delle attività cinesi», esplicitando così il problema. Lo stesso premier giapponese, Shigeru Ishiba, ha duramente condannato l’episodio citato in apertura in cui sono incappati casualmente dei ricercatori sudcoreani.

In una nota ufficiale diffusa dal ministero degli Esteri a fine giugno, Tokyo ha definito le mosse di Pechino «estremamente deplorevoli» e ha inoltrato una formale protesta diplomatica alla leadership cinese, forte dell’intesa sottoscritta nel 2008 tra Cina e Giappone, che prevedeva la cooperazione sullo sfruttamento congiunto delle risorse energetiche dell’area. Un’intesa che, tuttavia, non è mai stata pienamente attuata. «Modificare lo status quo in modo coercitivo può compromettere la stabilità regionale» ha riportato un portavoce del governo giapponese, citando l’aperta violazione dello spirito della cooperazione internazionale da parte di Pechino.

Resta il problema: i confini giuridici della vastissima zona marittima «cuscinetto» nel cuore del Mar Giallo sono incerti, e la situazione è lungi dall’essere risolta secondo il diritto internazionale e con mezzi pacifici. Oltre a Tokyo, anche Washington si sta preparando a gestire l’espansionismo cinese in un clima di crescente incertezza del diritto: è per questo motivo che la Settima Flotta della Marina militare statunitense mantiene ormai una presenza continua nei mari attorno alla penisola coreana, dove esegue periodiche missioni di ricognizione denominate «libertà di navigazione». Anche per il Pentagono, infatti, il Mar Giallo è un’area dal valore strategico e non va per tale ragione sguarnita, soprattutto in un clima di possibile escalation nello Stretto di Taiwan.

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