Dazi, il vino dell’Oltrepo in sofferenza: il dollaro svalutato è un problema in più
Casteggio. «I dazi Usa al 30% rischiano di paralizzare il mondo del vino italiano. Ma se a questi si aggiunge l’attuale svalutazione del dollaro, i prezzi rischiano di salire del 50%».
Valeria Radici Odero, titolare della Tenuta Frecciarossa, circa il 40% del fatturato basato sull’export negli States, guarda con apprensione al primo agosto, quando negli Usa dovrebbero entrare in vigore i dazi al 30% sulle importazioni di prodotti europei, tra cui quelli agroalimentari, quindi anche il vino.
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«Il presidente Trump purtroppo cambia idea molto spesso, quindi oggi non possiamo dire che la data del primo agosto sarà quella definitiva – evidenzia Radici -. Questi cambiamenti così rapidi creano grossa incertezza e non si riesce nemmeno a pensare a possibili soluzioni. L’ipotesi dei dazi al 30% sta paralizzando il mercato del vino, anche perché tutti ora stanno aspettando una contromossa da parte della Ue. Questo 30%, però, si somma all’attuale svalutazione del dollaro, per cui chi importa, rispetto a qualche mese fa, ha un ulteriore rincaro del 18% sul cambio euro-dollaro, che, sommato al 30%, porta l’aumento quasi al 50%. Le politiche di Trump stanno deprezzando il dollaro, gli investitori stanno vendendo dollari perché non si fidano, perciò sta scendendo rispetto all’euro. E noi riusciamo a vendere bene quando il dollaro è alto». In questo clima, così, anche gli ordini oltreoceano sono fermi: «Questo sta rendendo molto cauti gli importatori, che aspettano di capire se i dazi si stabilizzeranno così o ci sarà qualche altra mossa – aggiunge la produttrice oltrepadana -. Al momento il nostro importatore ha fatto due ordini, uno prima dei dazi e uno quando erano al 10%, chiedendoci di dividerli a metà, 5% noi e 5% loro. Tra l’altro, questo aumento dei costi si abbatterà sui consumatori americani, che pagheranno di più i prodotti perché entreranno in una fascia più alta di prezzo. A questo si aggiunge il fatto che il vino italiano, come il resto dei prodotti Made in Italy, non è sostituibile con un prodotto americano». L’incertezza degli annunci (e delle retromarce) di Trump sta spingendo gli imprenditori del vino italiano a cercare altri mercati esteri su cui investire: ma serve tempo e il sostegno da parte della Ue e del governo nazionale. «È impossibile ricreare in poco tempo un mercato del vino come quello americano – sottolinea ancora Radici -, aperto negli anni Settanta dai nostri padri, che hanno insegnato agli americani a bere vino, portando i frutti che tutti sappiamo. Questo lavoro era stato iniziato con la Cina, ma ora è in contrazione negativa e non è un mercato su cui puntare. Un nuovo mercato emergente potrebbe essere l’India, ma ci vorranno anni per aprirlo».
Nubi sul settore caseario
«Accogliamo con preoccupazione la notizia dell'introduzione di un dazio del 30% sui prodotti agroalimentari italiani da parte dell'amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato extra-Ue per l'agroalimentare italiano, nonché il terzo mercato per il nostro export dopo Germania e Francia». Lo ha detto Mauro Frantellizzi, General Manager di Lactalis Italia Export. Lactalis, con il marchio Galbani, ha stabilimenti a Corteolona e Certosa. Il legame con il Made in Italy, evidenzia Frantellizzi, «si è rafforzato costantemente negli ultimi anni fino ad oggi: nel 2024 l'export di formaggi italiani verso gli Usa ha registrato una crescita superiore al 10% sia a volume che a valore, raggiungendo un record storico. All'aggravio annunciato da Trump si aggiunge la recente svalutazione del dollaro rispetto all'euro- parliamo del 23% rispetto allo scorso anno - che rischia di generare un costo ancora più proibitivo per il cliente finale e una conseguente drastica diminuzione delle nostre esportazioni.