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Sacrificarsi per una missione chiamata giustizia. Ecco perché gridare “verità” per Paolo Borsellino

A luglio il caldo soffoca in Sicilia. Il sole arde, tanto da farti sentir friggere la pelle a volte, ma l’aria non è mai pesante, non accade mai di non poter respirare come in certe grandi città del “continente”. In Sicilia il fiato ti si spezza spesso, ma mai per il caldo, che sembra voler essere secco proprio per non pesare anche lui sui polmoni della gente, già provata da ben altri affanni. La domenica, poi, sembra di vivere in una stasi che ha del soprannaturale, il silenzio ha la meglio su tutto, solo le cicale sembrano poter sfidare l’omertà della natura. In una domenica si ha desiderio solo di fare un tuffo.
Cominciò presto quella domenica, il trillo del telefono e all’altro capo della cornetta l’amore di papà: “Come va stai bene? Ti diverti? Attenta mi raccomando non mi fare stare in pensiero. Buona vacanza tesoro, ci sentiamo presto”. Poi di nuovo grattacapi con il lavoro, se lavoro si può chiamare dedicarsi anima e corpo ad un’idea. Quando si decide di intraprendere una strada e si sente forte il peso delle responsabilità non si lavora, si vive per i propri obiettivi, si diventa funzione delle proprie scelte, con tutte le conseguenze che ne derivano. Essere magistrato, un certo tipo di magistrato, in Sicilia non è mai stato un lavoro, è sempre stata una missione. Oggi poi che in tanti non ci sono più, uccisi dalla mafia beffarda e prepotente, baldanzosa e tracotante, tutto è più penoso.
Non c’è giorno che non venga in mente Giovanni. Gomito a gomito a studiare i faldoni, per anni l’uno accanto all’altro a scrivere ordinanze, fare congetture, verificare ipotesi, cercare riscontri. Per anni in squadra assieme, esorcizzando la morte anche con i rapimenti di paperelle di cui faceva collezione. Le barzellette, gli scherzi, fino a quel “soggiorno obbligato” all’Asinara per poter finire il lavoro per il maxi processo senza rischiare di saltare in aria. Li avessero tenuti lì per sempre oggi in questo luglio caldo di Palermo ci sarebbe anche Giovanni. Avrebbero pagato un conto più salato, ma ci avrebbero riso su, scherzando sul fatto di dover pagare vitto e alloggio per essere protetti.
Invece no, da quasi due mesi non c’è più. Resta Paolo, che finalmente lunedì otterrà le deleghe per le indagini su Palermo, glielo ha appena detto Giammanco al telefono. Occorre sempre tribolare, ma ora la partita si apre, si torna a lavorare come un tempo. C’è fretta ora, c’è fretta di individuare i colpevoli della strage di Capaci, i mandanti, chi ha fatto arrivare il tritolo, chi ha azionato il detonatore. C’è fretta perché il tempo a disposizione sta per scadere e Paolo lo sa, lo sente.
Ma adesso è il momento di fare quel tuffo per cui questa domenica sembra sia nata. Si va a Villagrazia, più tardi arriveranno anche i suoi figlioli. Un giro in barca, l’acqua è di cristallo. È incredibile come il mare riesca a riordinare i pensieri ed a placare la rabbia. Si riesce anche ad intravedere il senso delle cose, diventano fluide e morbide come il velluto. Il sole sul volto e la salsedine creano una patina protettiva, quasi nulla può scalfire la pace dei sensi che si raggiunge al mare. E quando è ora di rientrare, si vira, si rientra in rada e la sabbia torna ad essere la cerniera tra la libertà e la schiavitù. Ma di domenica c’è ancora il tempo per dedicarsi alla vita, perché anche se si ha un peso immenso sul cuore, occorre vivere. Un pranzo con gli amici, due chiacchiere serene e la pasta al dente, strepitosa, complimenti alla cuoca. Pippo tua moglie cucina divinamente. Un po’ di riposo davanti alla TV, mentre il fumo di una delle poche sigarette pensate e non accese per compulsione avvolge l’anima, la coccola e l’anestetizza. È tardi ora, c’è mamma che aspetta una visita.
“Ciao ragazzi, ciao Agnese”. Imbracciata la ventiquattrore, assorto nei suoi pensieri, Paolo “scomodava” la scorta, le sirene iniziavano ad ululare e si dirigevano con il solito, consueto, sonoro effetto doppler, verso Palermo, sotto casa della mamma, che lo aspettava fiduciosa. Pochi minuti prima delle cinque, in quella silenziosa domenica di luglio le sirene della scorta del dottor Paolo Borsellino sfidavano il frinire delle cicale, vincendo la tenzone. Arrivati in via d’Amelio, la scorta lasciava le auto secondo una arcinota e collaudata procedura. A protezione del magistrato gli agenti sfoderavano le armi di ordinanza: Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Antonio Vullo. Emanuela non si sentiva un granché, ma il “Dottore” aveva bisogno di lei e lei c’era. Paolo, atteso il rituale, assorto, nella testa l’immagine della sua splendida Agnese e dei suoi giovani figli, era sceso dalla macchina, pochi passi, arrivato davanti alla casa della sua mamma, alzò lentamente il braccio per suonare il campanello, una leggera esitazione prima di premere il tasto, poi il boato.
Le viscere tenute assieme fino a quel momento dalla voglia di raggiungere un obiettivo, vennero lasciate libere. Dilaniate. Martoriate. Carbonizzate.
Molti processi da allora, molte condanne, ancora troppe ombre. Una borsa che scompare e che riappare, l’agenda rossa divenuta il simbolo dell’opacità, del mistero, dei depistaggi. Ancora oggi c’è chi ha interesse evidente a che giustizia vera non sia fatta e vera verità non emerga. Dopo 33 anni, dopo una vita dedicata alla lotta alla mafia, dopo l’estremo sacrificio, sulla fine del giudice Borsellino ancora non riusciamo “a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Ma come diceva il suo amico Falcone “la mafia è un fatto umano e come ogni fatto umano ha un inizio ed avrà una fine”… Ricordare sempre, ogni giorno, ispirare ogni azione agli insegnamenti dei martiri di Cosa nostra, è un passo verso la fine.

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