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“Maturità contestata? I miei studenti malati lottano per farla…”. Parla la prof che insegna negli ospedali

“Sara è andata a fare l’esame il 23 giugno, nei giorni in cui si sottoponeva a terapie sperimentali. Faceva un caldo micidiale… Nadia, invece, dopo l’esame orale nella sua scuola, in Campania, è venuta a Roma per operarsi. Sì, tumore. Anche lei”. Lei, Daniela Di Fiore, professione insegnante, ha scritto dei libri su quei ragazzi e su quelle ragazze “con la bandana”, fascia coprente di colore chiaro che a loro d’estate non serve per asciugare il sudore ma per nascondere le teste spelacchiate per le terapie oncologiche. La Di Fiore non è una prof normale: lei insegna ai malati, ai giovani malati che spesso l’abbandonano per strada, prima ancora di completare gli studi che portano avanti, con fatica, grazie alla “scuola in ospedale”. Fino alla Maturità, talvolta senza avere il tempo di godersela e metterla a frutto. Ecco perché la professoressa d’ospedale, ex giornalista, che ha scelto prima la docenza poi le aule dei reparti, quando ha letto di quelle proteste un po’ capricciose di giovani contestatori della Maturità, alcuni mossi da cause nobili altri da semplici “automatismi” di militanza politica, ha avvertito il bisogno di una riflessione personale. Come di chi forse – negli anni – aveva un po’ fallito anche nella sua missione di spiegare che quell’esame è di tutti, per tutti, ed è un diritto, un privilegio, un inizio per tutti, anche per chi vede la propria fine vicina.

Negli anni, con libri, prefazioni e contributi autorevoli, da Maurizio Costanzo al direttore dell’Ansa, Luigi Contu, a Massimo Giletti fino al presidente Mattarella, che l’ha insignita di un’alta onorificenza, la professoressa Di Fiore, napoletana di nascita ma romana di adozione e d’amore coniugale, ha lavorato dentro e fuori il “Gemelli” per parlare dei “suoi” ragazzi, stoici, orgogliosi, anche di fare esami alternando la radio e la chemio ai libri scolastici, per poi – forse – salvarsi e diventare, come Francesco, un ricercatore universitario, dopo aver discusso alla Maturità una tesina sui “ragazzi con la bandana”, guarda un po’.

Professoressa Di Fiore, cosa ha pensato quando ha letto delle proteste del “silenzio” e dei “voti” dei maturandi, contro l’esame e contro il ministro Valditara?

“Io sono favorevole a qualsiasi forma di protesta dei ragazzi, se può sollevare un problema giusto. Ma in questo caso, mi sono fatta delle domande, proprio ripensando ai miei studenti malati. Ma se chi protestava non avesse avuto la garanzia della promozione, grazie ai crediti maturati, avrebbe rischiato? Poi, a proposito delle ansie e delle paure, con le quali, nelle aule degli ospedali, mi confronto tutti i giorni, vorrei dire una cosa che vale per tutti e della quale forse non tutti, anche voi dei media, non siete consapevoli…”.

Prego.

“La scuola è l’ambiente più protetto di tutti per i giovani, è un mondo che tutela la libertà dei ragazzi ma anche il loro diritto a difendersi dalle aggressioni dell’esterno, dove tutto è diverso, dove un giorno, loro, dovranno veleggiare senza paracadute. La Maturità non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova avventura a cui si approda dopo la formazione in un ambiente nel quale la protezione dei diritti e la trasmissione dei doveri diventa un esercizio di vita, per il futuro, nel quale gli esami, purtroppo, spesso si svolgeranno senza regole…”.

Da quanti anni insegna al “Gemelli”?

“Sedici. Dopo aver lasciato il giornalismo per la scuola, feci la domanda alla sezione ospedaliera del Policlinico Gemelli che fa parte della dell’istituto di istruzione superiore “Carlo Emery” di Roma. Volevo confrontarmi con la vita e il dolore vero, portando le mie armi, la cultura, l’italiano, la storia. Ovviamente, fin dal primo anno, iniziai a somatizzare i dolori dei miei studenti, fitte allo stomaco, cuore per aria, emicranie violentissime, non sono mancate le crisi, la paura della morte, delle malattie, la voglia di cambiare, di scappare via. Ma sono ancora al Gemelli, tutti i giorni. E ogni anno aiuto almeno 150 ragazzi, e con me, tanti altri colleghi e colleghe che amano questo lavoro.

Quanti suoi studenti ha visti morire?

“Almeno una ventina”.

Ci pensa, ogni tanto?

“No, li sogno la notte”.

Cosa le dicono?

“Nulla. I miei incubi sono silenziosi. Ma il giorno dopo parlo di loro a chi c’è ancora”.

Cos’è la scuola in ospedale?

“Nasce per assicurare la continuità del percorso scolastico ai piccoli pazienti, riducendo l’impatto dell’isolamento e offrendo uno spazio di normalità all’interno di un contesto delicato come quello ospedaliero. E’ attiva in moltissimi nosocomi italiani, tra cui il Gemelli, l’Ospedale Bambino Gesù, il Meyer di Firenze, il Gaslini di Genova. E’ una forma di istruzione che coinvolge tutte le fasce d’età: dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado. Un’eccellenza italiana del Mim, non ho problemi a dirlo. E anche della sanità italiana. Recentemente si è svolto un convegno molto importante al ministero, con esponenti del governo, della sanità e del mondo dell’istruzione. Il Gemelli affianca questa attività in modo convinto e costante, lo studio rientra nel piano terapeutico. Si fa la chemio e si studia la Divina Commedia”.

Ha sentito i suoi studenti in questi giorni di Maturità?

“Certo, in tre sono approdati all’esame finale e voglio sottolineare che hanno fatto tutte e tre le prove senza privilegi, aiuti o favoritismi. La Maturità deve essere, ed è, normalità, anche per loro. Ma anche futuro, come per tutti gli altri, anche i sani”.

Cosa direbbe ai “sani” che si sottraggono alla Maturità?

“Ragazzi, venite a parlare con i miei studenti, fatevi una chiacchierata su cosa rappresenta per loro quell’esame, sulla forza, sul coraggio, su ciò che davvero conta. Ragazzi, è bello protestare, e la vostra non è un affronto. E’ solo una protesta sbagliata”.

 

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